mercoledì 20 aprile 2016

Narciso, ovvero l'ego innamorato dell'anima





Quando meditiamo sui miti, attraverso i miti, lasciamo che  ci parlino, l’animo si fa silenzioso, ricettivo, essi comunicano ed esprimono le dimensioni profonde della nostra psiche, aprono possibilità, percorsi simbolici, sono chiavi, porte, tracce e sentieri. Dunque lasciamo parlare il ben noto mito di Narciso. 
Sentendo Tiresia mentre esprime la sua profezia nei confronti del piccolo Narciso, ciò che dice alla madre Liriope è  che “egli vivrà finchè non conoscerà se stesso”. 

Queste parole sono molto dense, indicano subito che nel mito c’è altro oltre il livello di lettura più comune. Queste parole, “morirà quando conoscerà se stesso” sembrano esprimere un significato che va ben al di là del “vedere la propria immagine”, le due cose non possono coincidere. 

Vediamo dunque come partendo da questo punto possiamo aprirci ad un interpretazione del mito che offre nuove interessanti suggestioni. Se vediamo Narciso come l’ego, il principio egoico interessato esclusivamente a se stesso, anzi letteralmente innamorato di se stesso, scopriamo che il suo destino è quello di morire nel momento in cui conoscerà la sua vera natura, cioè potremmo dire l’anima o lo spirito. 
Possiamo interpretare l’amore di Narciso per se stesso come una distorsione dell’amore animico che ogni essere inevitabilmente prova per se stesso quando intuisce la sua natura divina. 
Egli è innamorato di se stesso, ha in sé la scintilla dell amore divino, in lui risiede l’amore, ma essendo questo amore distorto dalla visione egoica, filtrato dall’ego, diventa una caricatura tragica dell’amore divino. 

Questo esclusivo autointeressamento, non fa che isolarlo, è impossibilitato a connetterlo con l’essere, cosa che solo un amore autentico può fare, così egli con noncuranza causa sofferenza agli esseri che incontra, di chi di lui si innamora. 

Questo è infatti quello che accade con la ninfa Eco, figura speculare a Narciso, che ne incarna il principio opposto; il suo amore è tutto per l’altro, tanto che non ha una sua vera voce, può solo ripetere le ultime parole che ha sentito, non ha un identità propria, autonoma, e infatti piano piano scompare anche il suo corpo, la sua consistenza. 

L’io di Eco non è giunto a sufficiente maturazione, mancando di coagulazione, sempra sparire al contrario, per regressione, si consuma ma non si evolve, ed infatti è destinata a dimorare nelle caverne, nella terra, torna ad una dimensione tellurica, minerale. 

Da una parte quindi è come se Narciso sapesse che nella sua essenza profonda è un essere divino, dunque non può che amarsi, ed proprio questo amore filtrato dalla distorsione egoica che svela e nasconde alo stesso tempo la sua origine divina. 

Siccome questo sentimento originario è oscurato dalla piccola mente, non può che diventare un simulacro, una  distorsione ridicola e beffarda, cioè amore per l’immagine, amore-attaccamento per se stesso, per il corpo, per l’esteriorità, l’apparire. Costante ed assoluto autoriferimento che diviene necessariamente fonte di sofferenza, separazione ed isolamento. 
Punito dagli dei, per l’ennesimo dolore causato, ecco che Narciso viene spinto ad avvicinarsi ad uno specchio d’acqua, ad una sorgente pura e incontaminata. 

Qui troviamo un simbolo molto importante, gli dei lo fanno incontrare suo malgrado con la dimensione dell'autoconoscenza, la consapevolezza pura in cui potersi rispecchiare. L’acqua anche come simbolo di iniziazione e trasformazione, dimora del rimosso, dell’ombra non riconosciuta in cui l’anima è stata relegata. La natura ultima della coscienza, l’anima o il Sé viene spesso simboleggiata dallo specchio, dalla capacità di riflettere oggettivamente la realtà per quello che è. 

Narciso dunque nel momento in cui ha accesso a questa sorgente pura conosce se stesso, la sua vera natura, e se ne innamora. 

Qui il mito parla  della vicenda dell’ego che improvvisamente scopre la sua illusione, nel  momento in cui conosce, vede, è posto suo malgrado, di fronte alla sua vera natura.   Narciso vede la sua Anima e se ne innamora. Questa visione è sconvolgente, cerca di toccarla baciarla possederla, ma l’ego non può possedere l’anima. Allora non resta che innamorarsene, innamorarsi totalmente della propria natura incontaminata, del proprio essere divino. 

Questo accadimento se è vero e se arriva fino in fondo, se è totale, può avere solo un esito per l’ego e cioè la morte, la dissoluzione. In alcune versioni della storia Narciso muore suicida trafiggendosi con una spada, in altre affogato nello stesso specchio d’acqua nel tentativo di raggiungere la sua immagine-anima. 
Trovo quest’ultima simbolicamente più interessante; il principio egoico letteralmente si dissolve mentre entra in contatto con la natura incontaminata dell’essere, l’ego si abbandona all’anima e attraverso essa si viene trasmutato. 

Ma è interessante anche il percorso, il tipo di cammino, attraverso il quale egli raggiunge lo spirito, e cioè attraverso l’Amore. Sembrarebbe dunque che l’ego possa innamorarsi letteralmente del Sé e attraverso questo amore superare se stesso, morire si, ma morire in fondo gioiosamente. 

Il mito qui sembra suggerirci una strada particolare, per l’ascesi, una strada che passa per far innamorare il piccolo io della nostra anima, dell'infinito racchiuso in noi stessi. 

Questo sembra essere un interessante e particolare possibilità per l’ego: il potersi innamorare della propria natura originaria, di cui egli è una contrazione, un riflesso, un dettaglio che si scambia per il tutto, ma di cui sente irresistibilmente il richiamo. 

Quando ci rispecchiamo nella coscienza incontaminata, quando il volto del nostro vero Sé ci viene svelato, allora il nostro falso io non può che morire, immergendosi nella sorgente stessa.


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