mercoledì 21 settembre 2016

Stranieri a noi stessi? Riflessioni a partire di un discorso di Massimo Recalcati

Siamo stranieri a noi stessi, in vario modo, a cominciare dal corpo vissuto spesso come un oggetto, qualcosa che "abbiamo" che può funzionare bene o male, che crea fastidio oppure sta bene, che va allenato, un mezzo per fare o per apparire, quasi mai vissuto e pensato come "me stesso". 
Perché è vero che il corpo non ci appartiene interamente, nel senso che non lo possiamo controllare del tutto, per quanto bene viviamo e curiamo la salute, non possiamo evitare la malattia, e un giorno, la morte. 
O più semplicemente spesso non controlliamo ciò che appare nel corpo sotto forma di pensieri ed emozioni, stati affettivi, che appaiono e scompaiono senza chiedere il nostro parere in proposito. Oppure pensiamo ai processi fisiologici naturali che accadono indipendentemente dalla volontà, come il respiro, la digestione il battito cardiaco




Come fa notare acutamente Massimo Recalcati, non possiamo controllare il battito del cuore ( ma forse alcuni yogi si) che è paradossalmente proprio l’espressione massima della vita in noi, dunque dentro di noi il cuore pulsa spinge sostiene la vita e questo qualcosa di così essenziale non dipende da noi, non è sotto il nostro controllo, per dirlo ancora con le splendide parole di Recalcati, “la vita travalica la vita”. 


Così è anche il nostro nome, così intimo e familiare, eppure ci viene dato da altri, ci viene “imposto”, quindi profondamente estraneo, eppure in esso ci riconosciamo profondamente. 
E ancora le parti di noi che non riconosciamo ci sono estranee, le emozioni che non vogliamo riconoscere, sono lo straniero in noi che parla altre lingue, che è necessario apprendere, tradurre per assimilarle e integrarle. 
A volte queste parti sono state completamente ridotte al silenzio e quindi diventate ancora più pienamente estranee, forse visibili solo attraverso la "proiezione". 
Sappiamo bene da tutte le tematiche relative all’ombra, che se queste parti restano non viste, non ascoltate, non riconosciute, diventeranno sempre più potenti  ingigantiscono involvendosi, agendo al di sotto della coscienza condizionandoci fortemente.

Partendo da questa estraneità verso noi stessi  può svilupparsi un interrogarsi sulla paura dell’altro, non necessariamente lo straniero ufficialmente riconosciuto come tale, ma anche semplicemente l’altro, cristianamente il prossimo. 
Su questo prossimo, (l'impiegato delle poste, la persona accanto a noi sulla metro, il partner) probabilmente proiettiamo molte delle paure che nutriamo nei confronti del nostro straniero interiore, di tutte quelle parti estranee a noi stessi che stentiamo a riconoscere. 
Mi sembra quindi di poter dire che più siamo estranei a noi stessi più siamo chiusi e impauriti di fronte all’altro. 
Un processo di integrazione, di chiarificazione e autoconoscenza ci porta invece nella direzione opposta, dell’apertura, della disponibilità, dell’ascolto. Prima di tutto dunque familiarizzare e incontrare ciò che ci appare come estraneo in noi stessi. 
Potremmo riflettere anche sul cos’è che consideriamo noi, cioè su ciò che abbiamo potere e controllo. Se c’è qualcosa che sfugge al mio controllo non sono io. 
Ma è davvero così? Posso dire di non essere anche il mio cuore, il mio intestino il mio respiro, o l’agitazione che talvolta provo nello stomaco,  i processi metabolici non siano davvero miei? 
Perché non posso identificarmi con una volontà più ampia che opera a prescindere da una più ristretta che identifico come io? Perché non posso rispecchiarmi nella vita intera che sfugge ai tentativi di controlllo e manipolazione? 
Il fiore nel campo mi è davvero più estraneo di un pensiero che attraversa la mente? Non è che allora forse divento estraneo a me stesso quando mi identifico solo con una parte?

Un altro tema interessante toccato da Recalcati riguarda l’irriducibilità ad una sola lingua di tutti i linguaggi parlati dalla diversità. Per questo si serve in modo davvero interessante e “positivo” del mito della torre di babele. L’impossibilità di parlare una sola lingua costringe ad “imparare la lingua dell’altro” a tradurre continuamente, a cambiare punto di vista e prospettiva a rendere permeabili i confini senza cancellarli. 



Pensiamo alla membrana cellulare come perfetta metafora vivente di questo processo. La sua membrana è porosa e lascia passare il nutrimento necessario traducendolo in “se stessa”. La necessità di tradurre conduce all’apertura all’ altro alla necessità di esplorare più linguaggi in cui il reale si può esprimere e descrivere, abbandonando il mito di unica forma che racchiuda tutto. 
Non a caso i miti razzisti prevedono l’omogeneità, la riduzione ad uno della molteplicità. Questa riduzione avviene attraverso l'esclusione, la cancellazione, l'appiattimento.
Credo però che abbia comunque valore una prospettiva di unificazione su un livello chiaramente superiore, non di riduzione delle differenze, ma di integrazione su un livello superiore, e credo anche che in realtà quella lingua che integra tutto, senza cancellare nulla, esista e che sia il silenzio





Il silenzio come ascolto meditativo infatti lascia cantare ogni singola voce dell’esistenza in uno spazio illimitato che è in grado di accogliere tutto. In quello spazio possiamo davvero essere intimi con la nostra presunta estraneità, incontrarla e riconoscerla, intimi con il processo stesso della vita che travalica il piccolo io, le nostre limitate identificazioni, penetrando silenziosamente nel particolare, nel suono, nella vibrazione specifica di ogni angolo di vita, ci apriamo così umilmente all’universale al senza limiti, all’infinito. Abbracciando nel silenzio quella che ci appare come estraneità e che eppure sentiamo paradossalmente come nostra,  aprendoci al mistero ne diventiamo   intimi, intravediamo, intuiamo l’unità che comprende e connette tutto.

Video di Recalcati "Lo straniero interiore"



mercoledì 20 aprile 2016

Narciso, ovvero l'ego innamorato dell'anima





Quando meditiamo sui miti, attraverso i miti, lasciamo che  ci parlino, l’animo si fa silenzioso, ricettivo, essi comunicano ed esprimono le dimensioni profonde della nostra psiche, aprono possibilità, percorsi simbolici, sono chiavi, porte, tracce e sentieri. Dunque lasciamo parlare il ben noto mito di Narciso. 
Sentendo Tiresia mentre esprime la sua profezia nei confronti del piccolo Narciso, ciò che dice alla madre Liriope è  che “egli vivrà finchè non conoscerà se stesso”. 

Queste parole sono molto dense, indicano subito che nel mito c’è altro oltre il livello di lettura più comune. Queste parole, “morirà quando conoscerà se stesso” sembrano esprimere un significato che va ben al di là del “vedere la propria immagine”, le due cose non possono coincidere. 

Vediamo dunque come partendo da questo punto possiamo aprirci ad un interpretazione del mito che offre nuove interessanti suggestioni. Se vediamo Narciso come l’ego, il principio egoico interessato esclusivamente a se stesso, anzi letteralmente innamorato di se stesso, scopriamo che il suo destino è quello di morire nel momento in cui conoscerà la sua vera natura, cioè potremmo dire l’anima o lo spirito. 
Possiamo interpretare l’amore di Narciso per se stesso come una distorsione dell’amore animico che ogni essere inevitabilmente prova per se stesso quando intuisce la sua natura divina. 
Egli è innamorato di se stesso, ha in sé la scintilla dell amore divino, in lui risiede l’amore, ma essendo questo amore distorto dalla visione egoica, filtrato dall’ego, diventa una caricatura tragica dell’amore divino. 

Questo esclusivo autointeressamento, non fa che isolarlo, è impossibilitato a connetterlo con l’essere, cosa che solo un amore autentico può fare, così egli con noncuranza causa sofferenza agli esseri che incontra, di chi di lui si innamora. 

Questo è infatti quello che accade con la ninfa Eco, figura speculare a Narciso, che ne incarna il principio opposto; il suo amore è tutto per l’altro, tanto che non ha una sua vera voce, può solo ripetere le ultime parole che ha sentito, non ha un identità propria, autonoma, e infatti piano piano scompare anche il suo corpo, la sua consistenza. 

L’io di Eco non è giunto a sufficiente maturazione, mancando di coagulazione, sempra sparire al contrario, per regressione, si consuma ma non si evolve, ed infatti è destinata a dimorare nelle caverne, nella terra, torna ad una dimensione tellurica, minerale. 

Da una parte quindi è come se Narciso sapesse che nella sua essenza profonda è un essere divino, dunque non può che amarsi, ed proprio questo amore filtrato dalla distorsione egoica che svela e nasconde alo stesso tempo la sua origine divina. 

Siccome questo sentimento originario è oscurato dalla piccola mente, non può che diventare un simulacro, una  distorsione ridicola e beffarda, cioè amore per l’immagine, amore-attaccamento per se stesso, per il corpo, per l’esteriorità, l’apparire. Costante ed assoluto autoriferimento che diviene necessariamente fonte di sofferenza, separazione ed isolamento. 
Punito dagli dei, per l’ennesimo dolore causato, ecco che Narciso viene spinto ad avvicinarsi ad uno specchio d’acqua, ad una sorgente pura e incontaminata. 

Qui troviamo un simbolo molto importante, gli dei lo fanno incontrare suo malgrado con la dimensione dell'autoconoscenza, la consapevolezza pura in cui potersi rispecchiare. L’acqua anche come simbolo di iniziazione e trasformazione, dimora del rimosso, dell’ombra non riconosciuta in cui l’anima è stata relegata. La natura ultima della coscienza, l’anima o il Sé viene spesso simboleggiata dallo specchio, dalla capacità di riflettere oggettivamente la realtà per quello che è. 

Narciso dunque nel momento in cui ha accesso a questa sorgente pura conosce se stesso, la sua vera natura, e se ne innamora. 

Qui il mito parla  della vicenda dell’ego che improvvisamente scopre la sua illusione, nel  momento in cui conosce, vede, è posto suo malgrado, di fronte alla sua vera natura.   Narciso vede la sua Anima e se ne innamora. Questa visione è sconvolgente, cerca di toccarla baciarla possederla, ma l’ego non può possedere l’anima. Allora non resta che innamorarsene, innamorarsi totalmente della propria natura incontaminata, del proprio essere divino. 

Questo accadimento se è vero e se arriva fino in fondo, se è totale, può avere solo un esito per l’ego e cioè la morte, la dissoluzione. In alcune versioni della storia Narciso muore suicida trafiggendosi con una spada, in altre affogato nello stesso specchio d’acqua nel tentativo di raggiungere la sua immagine-anima. 
Trovo quest’ultima simbolicamente più interessante; il principio egoico letteralmente si dissolve mentre entra in contatto con la natura incontaminata dell’essere, l’ego si abbandona all’anima e attraverso essa si viene trasmutato. 

Ma è interessante anche il percorso, il tipo di cammino, attraverso il quale egli raggiunge lo spirito, e cioè attraverso l’Amore. Sembrarebbe dunque che l’ego possa innamorarsi letteralmente del Sé e attraverso questo amore superare se stesso, morire si, ma morire in fondo gioiosamente. 

Il mito qui sembra suggerirci una strada particolare, per l’ascesi, una strada che passa per far innamorare il piccolo io della nostra anima, dell'infinito racchiuso in noi stessi. 

Questo sembra essere un interessante e particolare possibilità per l’ego: il potersi innamorare della propria natura originaria, di cui egli è una contrazione, un riflesso, un dettaglio che si scambia per il tutto, ma di cui sente irresistibilmente il richiamo. 

Quando ci rispecchiamo nella coscienza incontaminata, quando il volto del nostro vero Sé ci viene svelato, allora il nostro falso io non può che morire, immergendosi nella sorgente stessa.


lunedì 14 marzo 2016

TRE PRATICHE DI CENTRATURA CON IL RESPIRO



Ciao, oggi vorrei proporti tre pratiche da fare con il respiro, per trovare la centratura nel bel mezzo dele attività quotidiane.
Sono pratiche semplici ma allo stesso tempo molto potenti, se applicate ripetutamente e con passione, calore, tapas.
La prima è:

1. Durante una qualsiasi attività porta la tua attenzione sull’esperienza del respiro.

E’ un istruzione di pratica molto semplice, ma non cosi facile da mettere effettivamente in pratica.
Per esempio stai portando tua figlia a scuola, mentre cammini sul vialetto ti accorgi che stai iniziando a pensare che potresti fare tardi al lavoro, al traffico che ti aspetta, al capoufficio ecc.
Bene quello è proprio il momento giusto per connetterti col tuo respiro, semplicemente sentirlo, sentire l’espansione del torace  o dell’addome, comunque tu lo senta, ascoltalo e continua  a fare quello che stavi facendo; in questo caso, tenere la mano di tua figlia, sentirne il calore, ascoltare le sue parole, la musicalità della sua voce, rispondere empaticamente, gioire della sua presenza, offrirle la tua. 

Tutte queste cose saranno facilitate e rese possibili da un ascolto gentile al respiro, non sentirlo come un dovere un qualcosa in cui devi riuscire, semplicemente lascia che una parte della tua attenzione sia connessa con il ritmo del respiro, se la connessione è genuina, senza sforzo, comincerai ad essere sintonizzato con l’energia vitale che è in te, e sarai davvero presente anche all’energia vitale che brilla attraverso gli occhi di tuo figlio, di tuo marito, tua moglie, il tuo amico, o di chi ti passa accanto.

“Concentrandoci sul respiro ci concentriamo sulla forza della vita. La vita comincia con il nostro primo respiro e finirà dopo l’ultimo. Contemplare il respiro è contemplare la vita stessa.” (Larry Rosemberg)




mercoledì 13 gennaio 2016

Cari a noi stessi

Se siamo cari a noi stessi
ci veglieremo solleciti
giorno e notte

(Dhammapada, 157)




Essere cari a noi stessi significa comprendere il nostro intrinseco valore come esseri senzienti, "la preziosità della vita umana", non perchè siamo speciali o migliori degli altri, ma proprio come tutti gli altri siamo importanti, preziosi e allo stesso tempo delicati e vulnerabili.
Significa iniziare a nutrire un atteggiamento di amicizia e benevolenza per noi stessi, includendo tutti gli aspetti che ci sembrano essere pregi e quegli aspetti che ci sembrano essere difetti, cominciare a volerci bene, proprio come vogliamo bene ai nostri cari. 

Vegliarsi vuol dire essere attenti, svegli a tutto ciò che attraversa la nostra mente-cuore, ed essere accurati, solleciti, pronti, nel notare quello che è nocivo e dannoso, “akusala”, non salutare, e nel non permettere a questo di mettere radici dentro di noi.
Significa anche notare con cura ogni seme di bontà, di gratitudine di generosità che si affaccia dentro di noi e con quella stessa sollecitudine coltivarlo, alimentarlo.

In verità è su di noi che possiamo contare;
come possiamo contare su qualcun altro?
E' un raro rifugio arrivare ad affidarci a noi stessi

(Dhammapada, 160)



Trovo veramente toccanti questi versi del Buddha, "è un raro rifugio arrivare ad affidarci a noi stessi". Non significa certo alimentare un atteggiamento eroico di chi non ha bisogno degli altri, ma piuttosto sviluppare quella grandezza interiore, quella saggezza intuitiva che ci consente di poter essere, o diventare, un terreno fertile e affidabile per noi stessi,  di poterci affidare e fidare fino in fondo della nostra mente-cuore.

Siamo noi la nostra protezione
proprio noi siamo il nostro rifugio:come potrebbe essere altrimenti?
dunque con adeguata premura
prendiamoci cura di noi stessi 


La mente custodita e sorvegliata
fa sentire a casa,
Per quanto elusiva, sottile e difficile da afferrare,
chi è all'erta
dovrebbe custodire e sorvegliare la mente

Non tua madre non tuo padre
né chiunque della tua famiglia
può darti dono più prezioso
di un cuore ben diretto

(Dhammapada, 380,36, 43)

Questo può accadere quando ha preso piede quel processo del vegliarsi solleciti, del riconoscere gli impedimenti, dell'aver addestrato in direzione del bene e del salutare, il nostro cuore, dello sviluppare le qualità dell'essere. In questo processo dl poterci affidare a noi stessi, alle nostre risorse e qualità profonde che ci curiamo di coltivare generosamente possiamo trovare un profondo appagamento, sentendoci finalmente a casa.




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