mercoledì 23 settembre 2015

Parliamo di "asmita" il senso dell'ego

Asmita, il senso dell’io, è annoverato da Patanjali tra i cinque impedimenti (kilesha) della mente, come causa di sofferenza.
Negli  yoga sutra, asmita viene descritto come “il confondere la coscienza con ciò che è soltanto il riflesso o contenuto della coscienza”. 

Nella filosofia Yoga-Vedanta, tutta la manifestazione, tutto ciò che esiste, è l’espressione multiforme di un unica Realtà sottostante e illimitata che è descritta in vario modo e principalmente come Coscienza.

L’universo è dunque permeato di intelligenza, di energia,

di consapevolezza, in forme praticamente infinite e continuamente mutevoli. Il corpo e la mente sono forme o veicoli, attraverso cui la coscienza infinita si manifesta e si esprime.





Il senso dell’ego si manifesta nel momento in cui noi ci identifichiamo, con la forma particolare che la Realtà assoluta assume in un preciso istante, quando crediamo di essere soltanto quello che il corpo è in quel momento e quello che la mente pensa in un preciso momento. 

Il continuo identificarsi con gli stati mentali, con il flusso di pensieri e di sensazioni è ciò che genera il senso dell’ego, che sarà ora triste ora felice a seconda di quali sensazioni e del tipo di pensieri e di emozioni che lo attraversano, quindi costantemente condizionato.

Non dobbiamo credere che sia un fattore esclusivamente negativo, di per se l’io crea un senso di unità in ciò che altrimenti sarebbe solo un flusso caotico di stati  mentali senza alcun senso di continuità e di struttura. E’ uno stadio evolutivo necessario. 


Il problema nasce quando ci si ferma a questo livello. Quando si prende questo minuscolo frammento di realtà temporanea, per la nostra essenza ultima e permanente, quando crediamo che ciò sia veramente il nostro essere.

Possiamo considerare la pratica dello yoga come una pratica di progressiva disidentificazione dai contenuti del mentale e dello spostare l’asse, il centro del nostro essere verso ciò che contiene, conosce e dà forma ai diversi  stati mutevoli che sperimentiamo; la coscienza-consapevolezza. E’ principalmente attraverso la pratica di Dyana, nella meditazione, che la coscienza osserva i propri contenuti mutevoli senza perdersi in essi, senza lasciarsi risucchiare o ipnotizzare.



Riuscire a discriminare il contenitore dal contenuto, quelli che nella Gita vengono chiamati "Il campo e il conoscitore del campo", lo spazio dagli oggetti contenuti nello spazio, è un lavoro lento continuo e progressivo, non facile, ma essenziale e profondamente appagante, se non altro perché ci mette in contatto con la nostra essenza profonda, con ciò che siamo veramente.



Scopriamo progressivamente che la capacità di essere coscienti e consapevoli della nostra esperienza ci rende più liberi e meno assorbiti dall’emozione e dal flusso di pensieri presente nel momento. 



I  contenuti della mente, pur rimanendo presenti diverranno via via meno invasivi, meno rumorosi, e impareremo via via a  vedere sempre meglio il loro non essere solidi e permanenti come credevamo e dunque anche meno temibili. Accanto a questi contenuti, prende forma in noi la luce della consapevolezza, una forza cosciente, affidabile, spaziosa, che è in grado di conoscere,  accogliere, trasformare e guarire. 
La consapevolezza-coscienza è quindi da un lato sia il risultato del nostro esercitare costantemente l’attenzione,  la mente si stabilizza e si raccoglie intorno ad un oggetto, sia l’essenza della realtà ultima che non può essere generata o raggiunta perché sempre presente, luminosa e infinita, fuori dal tempo (non-nata). All’interno di questo apparente paradosso si inserisce con umiltà e grandezza la nostra pratica.




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