martedì 5 febbraio 2013

MASCHERE O CIPOLLE?






Non è che abbiamo una maschera, piuttosto abbiamo come tanti strati di cipolla, spesso molto sottili, che ricoprono il nostro vero essere , e che  dobbiamo con pazienza saper vedere e togliere, sbucciare uno ad uno, con costanza e delicatezza.
La maschera fa pensare a qualcosa di evidente, grossolano, una finzione facile da scoprire, e non è affatto escluso che ce ne siano, ma quello è un lavoro ancora preliminare, ancora rozzo sebbene importantissimo.
Man mano che procede il cammino interiore dobbiamo scoprire gli strati di finzione che imbrigliano il nostro essere uno ad uno, senza escludere che se ne formino poi altri.  
Qualcosa si rivela ad esempio quando cerco di sentire il respiro, avverto che c’è una resistenza a sentirlo veramente davvero, nella sua crudezza e primordialità, ma anche nella sua poesia; è qualcosa di cui avverto una forza misteriosa potente e delicata allo stesso tempo, che ha la potenzialità di poter dissolvere tutte le illusioni che cercano di tenere insieme un idea di io.
Cos’altro non è se non una resistenza a vivere pienamente? Sarebbe l’abbandono al processo della vita così com’è, totale, senza misura, il lasciarsi governare dalla vita piuttosto che cercare di governarla, lasciarsi ispirare dalla sua meraviglia piuttosto che centrare la propria esistenza sulla soddisfazione dei desideri, sulle preferenze, le opinioni, affascinati dal gioco della mente.
Accedere ad una dimensione più profonda implica l’ essere in connessione con il corpo vivo con i suoi processi vitali di cui il respiro nei suoi aspetti più sottili può essere l’ancora primaria.
A volte pensiamo il respiro nella meditazione come un “oggetto” qualcosa da osservare solo per evitare la proliferazione mentale, ma se arriviamo ad uno stadio più profondo il respiro ci mette in contatto con il fiume sacro della vita che scorre in noi ed è lì sempre disponibile purché si sappia scavare e accoglierlo, cercarlo e attendere che si riveli.

Ieri tornando dalla lezione di yoga riflettevo sulla fortuna di insegnare che è poi condividere la propria pratica, condividere una parte molto intima di se stessi. Era stata una lezione particolarmente intensa, e diverse persone erano venute a ringraziarmi e mostrare apprezzamento per il mio modo di condurre. Questo mi ha dato molta gioia e un forte senso di gratitudine, allo stesso tempo vedevo la tendenza della mente a volersi aggrappare a quelle sensazione piacevoli, alla stima ai complimenti e al riconoscimento ricevuti e a farne un un orpello per l’ego: “Allora sono veramente bravo!”.
Notarlo e rimanere in equilibrio tra apprezzamento e non attaccamento,  è stato un ulteriore invito alla pratica.
Allo stesso tempo sentivo di aver fatto bene mentre insegnavo, di aver comunicato con sincerità, parlando dall’interno, offrendo uno stato, oltre che delle tecniche, e questo mi ha dato un senso di sicurezza e di soddisfazione, indipendentemente dai riscontri successivi. E’ importante cogliere la disponibilità a mettersi a nudo il più possibile, nel senso di essere autentico, aperto, non arrivare corazzato in sala barricato dietro il ruolo di insegnante o dietro le tecniche. Seguire un canovaccio ma anche l’ispirazione a seconda di quello che è il sentire dl momento. Un atteggiamento non così differente dalla vita stessa.
Se sono un po’ imbarazzato nel dover parlare a tante persone come a volte accade lo riconosco e non lo nascondo, con dolcezza,  senza cedere alla fascinazione sottile del ruolo dell’insegnante distaccato con aura di sacralità alle spalle.
Lo Yoga, il cammino interiore, deve condurci verso una maggiore autenticità, verso l’essere più in contatto con ciò che è vero, con le cose così come sono, dunque è necessario che chi insegna si impegni a stare in questa direzione il più possibile, altrimenti potrebbe rischiare di trasmettere indirettamente qualcosa di fuorviante, di egoico.

Durante il rilassamento avverto una resistenza a suggerire una pratica di Metta (gentilezza amorevole), ma la vocina-saggia mi diceva di farlo, che era la cosa giusta che era utile e buono per i praticanti invitarli alla benevolenza per se e per gli altri praticanti nella sala. Sono rimasto qualche istante in contatto con quella resistenza, c’era una altra vocina un po’ meno saggia che diceva, “non farlo! è rischioso, non fa parte del programma, potresti sentire imbarazzo, a qualcuno potrebbe non piacere”.
Ecco uno strato della cipolla! Difendermi, cercare di evitare una possibile sensazione spiacevole dovuta all’imbarazzo, all’osare una piccola cosa nuova non prevista, mai fatta fino ad allora in quella classe.
Infine la voce saggia mi dice” bene se ci sarà imbarazzo starai con l’imbarazzo. .ne sentirai il sapore, ne farai esperienza, credi sia poi così terribile?” Con questa risoluzione, vedendo con gentilezza la mia resistenza ho suggerito al gruppo  la pratica di benevolenza, accompagnato da un senso di curiosità verso quello che venivo a sperimentare trovandolo interessante a tratti piacevole, nulla naturalmente di davvero temibile, e si è comunque generato un gran senso di apertura. Credo che sottilmente, anche grazie alla pratica di metta si sia avvertito qualcosa.
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