domenica 8 settembre 2013

Sul Digiuno



Praticare il digiuno può essere anche un'ottima occasione per contattare la nostra vulnerabilità
Saltando il cibo abbiamo una diversa disponibilità di energia e in molti momenti della giornata, possiamo sentirci più deboli anche se in altri magari ci sentiamo molto più energici e freschi.
Può rivelarsi interessante esplorare il modo con cui ci relazioniamo alla nostra vulnerabilità, al sentirci deboli, fragili, scoperti, privi di difese.
Con sorpresa potremmo scoprire anche un senso di agio e di pace nello stare in contatto intimamente con questa condizione, purché venga accettata completamente, esplorata, indagata, conosciuta.

È un'ottima occasione anche per esplorare la nostra “fame”, quella che il Buddha chiamava “thana”, tradotto anche con “brama” che naturalmente non è solo fame di cibo ma anche fame di piaceri sensoriali, fame di soddisfazione, fame di gratificazione dell'io, ma anche il desiderio di sbarazzarci di quello che non piace,  fame che assume i contorni di una continua richiesta al mondo affinché  ci soddisfi, ci renda sazi e felici.
Dunque consumiamo, ingeriamo ma soprattutto divoriamo rapidamente
senza apprezzare senza fermarci ad ascoltare
né il senso di fame,  che cerchiamo di far sparire il più presto possibile, né il vero sapore del cibo che ingeriamo.
Vediamo come il nostro “mangiare” compulsivo, eventi, sensi, esperienze
sia anche un modo per cercare di mettere a tacere la percezione della nostra vulnerabilità.
Naturalmente in questo modo non facciamo che alimentare senso di insoddisfazione, mancanza di sazietà, senso di non-appagamento e incompletezza
Per dirla con le parole di Eric Baret l’unica debolezza che dovremmo guardare con sospetto  è il pensiero che nel nostro corpo non debbano esserci debolezze.

venerdì 7 giugno 2013

L' Essenziale (Eric Baret)



  Su un certo piano, l' essenziale è il presentimento non concettualizzato che la vita non si trova nelle nostre attività. Le nostre attività vestono la vita. Si è padre, madre, ricco, povero, giovane, vecchio, in salute, malato; tutto questo veste la vita. Ad un certo momento si presente che, incluso nella vita c'è altro. Più questo presentimento cresce, più queste attività relative iniziano a riflettere l'essenziale.

domenica 19 maggio 2013

Meditazione su Abbandono, Rinuncia, Non Azione






Nell’Abbandono, depongo il mio ego,
le mie esigenze le condizioni che pongo alla vita,
le preferenze, i “mi piace lo voglio” “mi piace non lo voglio”
…ne vedo sempre di più i limiti e il carico di sofferenza che producono,
mi alleno ogni giorno a vederlo e a sentirlo,
a sentire la libertà, la fragranza della libertà
che assaporo non appena lascio-andare,
che significa nient’altro che non trattenere 
ecco la non-azione
il n i k k a m a, la  rinuncia,
pratico la rinuncia a ciò che è consuetudine, abitudine, meccanicità, 
mi apro alla possibilità di agire diversamente,
mi apro…
o ancor meglio mi dispongo affinchè l'apertura accada..

martedì 5 febbraio 2013

MASCHERE O CIPOLLE?






Non è che abbiamo una maschera, piuttosto abbiamo come tanti strati di cipolla, spesso molto sottili, che ricoprono il nostro vero essere , e che  dobbiamo con pazienza saper vedere e togliere, sbucciare uno ad uno, con costanza e delicatezza.
La maschera fa pensare a qualcosa di evidente, grossolano, una finzione facile da scoprire, e non è affatto escluso che ce ne siano, ma quello è un lavoro ancora preliminare, ancora rozzo sebbene importantissimo.
Man mano che procede il cammino interiore dobbiamo scoprire gli strati di finzione che imbrigliano il nostro essere uno ad uno, senza escludere che se ne formino poi altri.  
Qualcosa si rivela ad esempio quando cerco di sentire il respiro, avverto che c’è una resistenza a sentirlo veramente davvero, nella sua crudezza e primordialità, ma anche nella sua poesia; è qualcosa di cui avverto una forza misteriosa potente e delicata allo stesso tempo, che ha la potenzialità di poter dissolvere tutte le illusioni che cercano di tenere insieme un idea di io.
Cos’altro non è se non una resistenza a vivere pienamente? Sarebbe l’abbandono al processo della vita così com’è, totale, senza misura, il lasciarsi governare dalla vita piuttosto che cercare di governarla, lasciarsi ispirare dalla sua meraviglia piuttosto che centrare la propria esistenza sulla soddisfazione dei desideri, sulle preferenze, le opinioni, affascinati dal gioco della mente.
Accedere ad una dimensione più profonda implica l’ essere in connessione con il corpo vivo con i suoi processi vitali di cui il respiro nei suoi aspetti più sottili può essere l’ancora primaria.
A volte pensiamo il respiro nella meditazione come un “oggetto” qualcosa da osservare solo per evitare la proliferazione mentale, ma se arriviamo ad uno stadio più profondo il respiro ci mette in contatto con il fiume sacro della vita che scorre in noi ed è lì sempre disponibile purché si sappia scavare e accoglierlo, cercarlo e attendere che si riveli.

Ieri tornando dalla lezione di yoga riflettevo sulla fortuna di insegnare che è poi condividere la propria pratica, condividere una parte molto intima di se stessi. Era stata una lezione particolarmente intensa, e diverse persone erano venute a ringraziarmi e mostrare apprezzamento per il mio modo di condurre. Questo mi ha dato molta gioia e un forte senso di gratitudine, allo stesso tempo vedevo la tendenza della mente a volersi aggrappare a quelle sensazione piacevoli, alla stima ai complimenti e al riconoscimento ricevuti e a farne un un orpello per l’ego: “Allora sono veramente bravo!”.
Notarlo e rimanere in equilibrio tra apprezzamento e non attaccamento,  è stato un ulteriore invito alla pratica.
Allo stesso tempo sentivo di aver fatto bene mentre insegnavo, di aver comunicato con sincerità, parlando dall’interno, offrendo uno stato, oltre che delle tecniche, e questo mi ha dato un senso di sicurezza e di soddisfazione, indipendentemente dai riscontri successivi. E’ importante cogliere la disponibilità a mettersi a nudo il più possibile, nel senso di essere autentico, aperto, non arrivare corazzato in sala barricato dietro il ruolo di insegnante o dietro le tecniche. Seguire un canovaccio ma anche l’ispirazione a seconda di quello che è il sentire dl momento. Un atteggiamento non così differente dalla vita stessa.
Se sono un po’ imbarazzato nel dover parlare a tante persone come a volte accade lo riconosco e non lo nascondo, con dolcezza,  senza cedere alla fascinazione sottile del ruolo dell’insegnante distaccato con aura di sacralità alle spalle.
Lo Yoga, il cammino interiore, deve condurci verso una maggiore autenticità, verso l’essere più in contatto con ciò che è vero, con le cose così come sono, dunque è necessario che chi insegna si impegni a stare in questa direzione il più possibile, altrimenti potrebbe rischiare di trasmettere indirettamente qualcosa di fuorviante, di egoico.

Durante il rilassamento avverto una resistenza a suggerire una pratica di Metta (gentilezza amorevole), ma la vocina-saggia mi diceva di farlo, che era la cosa giusta che era utile e buono per i praticanti invitarli alla benevolenza per se e per gli altri praticanti nella sala. Sono rimasto qualche istante in contatto con quella resistenza, c’era una altra vocina un po’ meno saggia che diceva, “non farlo! è rischioso, non fa parte del programma, potresti sentire imbarazzo, a qualcuno potrebbe non piacere”.
Ecco uno strato della cipolla! Difendermi, cercare di evitare una possibile sensazione spiacevole dovuta all’imbarazzo, all’osare una piccola cosa nuova non prevista, mai fatta fino ad allora in quella classe.
Infine la voce saggia mi dice” bene se ci sarà imbarazzo starai con l’imbarazzo. .ne sentirai il sapore, ne farai esperienza, credi sia poi così terribile?” Con questa risoluzione, vedendo con gentilezza la mia resistenza ho suggerito al gruppo  la pratica di benevolenza, accompagnato da un senso di curiosità verso quello che venivo a sperimentare trovandolo interessante a tratti piacevole, nulla naturalmente di davvero temibile, e si è comunque generato un gran senso di apertura. Credo che sottilmente, anche grazie alla pratica di metta si sia avvertito qualcosa.

martedì 8 gennaio 2013

AKARNA DHANURASANA LA POSIZIONE DELL'ARCIERE




Osservando la posizione dell’arciere vediamo
i piedi ben radicati a terra
formano un angolo che dona stabilità
un piede è rivolto nella stessa direzione del braccio che tiene l’arco
gli occhi ben aperti lo sguardo fisso su un punto
al di sopra dell’orizzonte
ci suggerisce 
di rivolgerci verso l’alto
trovare un obiettivo elevato,  che valga la pena di perseguire
avere uno sguardo chiaro, persistente, determinato
intenzionato a   v e d e r e  chiaramente
e rimanere fermi sull'obiettivo
rinnovare l'intenzione di perseguirlo
braccia e mani ben salde allenate protese nella direzione
rimaniamo fiduciosi e forti
senza lasciarci distrarre dalle variazioni degli stati mentali
del tempo
dei desideri contrastanti
il corpo e il respiro unificati
la dilatazione del torace
ci dice che comunque
la cosa più importante
è  l’ a p e r t u r a  d e l   c u o r e

Ricerca personalizzata