martedì 18 dicembre 2012

SENSIBILITA' E TENEREZZA NELLA PRATICA YOGA







Pratichiamo per diventare più sensibili, per incontrare meglio la nostra esperienza del momento, 
non per creare qualcosa che non c’è, cambiare, trasformare, anche se lo yoga è a tutti gli effetti 
un processo di profonda trasformazione


Ma questo importante e delicato processo non può che partire da una serena e profonda accettazione di ciò che siamo e di ciò che diventiamo momento dopo momento, perché prima o poi scopriamo che non siamo quelle entità solide che credevamo di essere.


La sensibilità ci porta ad entrare in contatto con le nostre debolezze, mancanze, ombre, ed è necessario dunque che l’essere sensibili  includa molta amorevolezza, molta gentilezza e premura, molta delicatezza, tutte qualità che miriamo a coltivare nella nostra pratica e attraverso di essa.

E’ con questo intento che ci rapportiamo ad un asana; non prendiamo la posizione bruscamente distrattamente o meccanicamente, oppure unicamente  per raggiungere un risultato. Cerchiamo soprattutto di trattare il corpo con dolcezza, innanzi tutto prestandogli la dovuta attenzione, il giusto ascolto, muovendoci  secondo un ritmo biologico in sintonia con la vita profonda che lo anima e non con esigenze utilitarie, per piegarlo ad uno scopo. 
Il rispetto del corpo è un inizio sicuramente importante, ma col tempo si dovrebbe sviluppare proprio un senso di amorevolezza e tenerezza che si esprime in come ci relazioniamo con la pratica.


Coordinare movimento e respiro è un mezzo abile in questa direzione, anche se coordinare suona un po’ freddo e preferisco magari parlare di sintonizzare, connettere, "muoversi assecondando".
Attraverso il tenere assieme movimento e respiro, si  stabilisce
una connessione tra quello che stiamo facendo ed un ritmo vitale sottostante che lo guida e lo sostiene. Un ritmo che ha dei tempi propri, che ha una sua logica interna un suo modo di dispiegarsi che non possiamo mutare più di tanto, ma piuttosto imparare a riconoscere e ad assecondare.

Gli esercizi di pranayama servono soprattutto, in quest’ottica, a sciogliere nodi e blocchi che ostacolano il libero dispiegarsi della respirazione, modificandone in qualche modo l’andamento naturale. 
Quindi attraverso il pranayama riconquisteremo un respiro naturalmente più ampio e più espanso,  più presente e più percepibile nella vita quotidiana.
La sua maggiore presenza e disponibilità ad essere sentito, si  traduce come una facilitazione dello stare con il respiro durante le varie attività della giornata che costituisce una forma essenziale della pratica in azione. Naturalmente non basta da solo, ci vuole anche una forte intenzione di praticare al di fuori delle sedute formali.

Mettere insieme movimento e respiro significa mettere in moto un processo di unificazione, tra sistemi che ci abitano e che in mancanza di questo processo agirebbero con meno coerenza, e integrazione, con maggior separazione e dispersione. Naturalmente qui si rivela essenziale anche il ruolo della mente che agendo da osservatrice attenta, intervenendo il meno possibile, stando in contatto con le cose come sono, si integra, si unifica anch’essa esprimendosi  principalmente come nuda consapevolezza.

Anche questo sentire il respiro può però diventare meccanico e privo di vita, dovremmo riuscire col tempo e con la pratica costante (abyasa) a rinnovare sempre questo rapporto, a sentire il respiro come un miracolo che ci tiene misteriosamente in vita e attraverso cui la vita si esprime in noi.



A volte il movimento nel petto mi è capitato di sentirlo con immensa gratitudine, come un onda gentile, come il ricevere la vita momento dopo momento, qualcosa intriso di grazia, dolcezza, mi verrebbe da dire quasi come una carezza di Dio.  


Coltivando l’intenzione di sviluppare sensibilità e dolcezza,  e aprendoci a sperimentarle senza preconcetti, potremo confrontarci con le nostre paure e superare man mano i nostri concetti e le nostre opinioni riguardo queste qualità.  Potrebbe essere utile chiedersi, “come posso praticare ora la tenerezza nei miei confronti? o "in cosa consiste ora praticare la tenerezza?” "Sto coltivando accuratamente la mia sensibilità?". 

Pratichiamo con entusiasmo, dando vita alla pratica, possiamo sperimentare un senso più ricco e profondo dell’esistenza.



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