lunedì 27 ottobre 2008

PERDONO, ACCETTAZIONE, GRATITUDINE





PERDONO, ACCETTAZIONE, GRATITUDINE
Di solito pensiamo che il perdonare sia un atto che si rivolge principalmente verso qualcun altro, se qualcuno mi ha fatto del male, mi ha ferito, o tradito, io (nella mia infinita bontà) perdonandolo lo assolvo dalle sue colpe e gli faccio quindi un enorme favore. Sebbene questo sia anche vero, è però una prospettiva un po' distorta e sicuramente parziale del processo del perdonare.
Difatti potremmo non sentircela ad essere così disponibili a comportarci da “buoni” e a fare persino un favore a chi ci ha fatto del male, e inoltre potremmo trovare infinite buone ragioni per continuare ad avercela con costui. Anche se il perdono sembra rivolto verso un altra persona è un azione che riguarda innanzitutto, direi quasi unicamente, noi stessi.
Si tratta di un processo che ci riguarda in prima persona ed è in grado di trasformarci, di sciogliere i nodi delle nostre sofferenze e solo di conseguenza riflettersi nel mondo circostante.
Il perdonare si intreccia fortemente con la pratica dell'accettare ciò che è, e con la gratitudine verso l'esistenza, potremmo dire che si tratta della stessa cosa vista in prospettive differenti, tre sfaccettature dello stesso cristallo.
DIRE "SI"
Soltanto se siamo in grado di dire “Si” a ciò che è, dal profondo del cuore possiamo essere in grado di perdonare realmente, in quanto accettiamo il reale come tale eliminando il rifiuto interiore e il desiderio che le cose siano diverse da come sono. Questa pratica del dire Si, è considerato da molti maestri come il vero nocciolo di ogni insegnamento spirituale, e vedremo più avanti come “aiutarci” a farlo nostro. Questo ci porta all'insegnamento relativo alla gratitudine, al considerare ogni esperienza un insegnamento. Ogni accadimento anche quelli che la mente classifica come spiacevoli, può diventare un arricchimento, un insegnamento, Sarvan annam, tutto è nutrimento, recitano le Upanishad.
GRATITUDINE
Sviluppare la gratitudine, significa mettere a tacere l'ego che vuole questo e quest'altro e che quando ha qualcosa confronta paragona e si lamenta perchè non è abbastanza oppure potrebbe essere meglio di com'è, oppure “se...solo le cose fossero andate diversamente”. E questo possiamo riscontrarlo, se siamo davvero onesti nel nostro osservarci, in noi stessi in tanti piccoli gesti pensieri e momenti della giornata, non solo in eventi che riteniamo più significativi e importanti. Qui ritorna la circolarità con l'accettazione, essere grati all'esistenza per ciò che ci dà proprio in questo momento significa dire di “Si”.
Sviluppare la gratitudine, ci dà un grande potere di trasformare innanzitutto la nostra vita, il maestro Arnaud Desjardins ci suggerisce:
Grazie per ciò che la vita mi dà, grazie anche per ciò che non mi dà.”In questo modo anche la felicità più ' materiale' si rivela spirituale se provate della gratitudine. (A.Desjardins, L'audacia di vivere, Ubaldini Editore, Roma)
E' difficile, lo so, ringraziare sinceramente per ciò che non ci viene dato, o peggio ci viene tolto, si produce un intensa e viscerale ribellione interiore quando ci si prova, ma vale la pena di tentare, è in gioco la nostra libertà interiore.
Insomma perdonare significa innanzitutto, dire si all'esistenza essere grati e amare ogni cosa presente nella nostra vita e sopratutto, come recita la storia zen, smettere di bere il veleno sperando che l'altro muoia.

PARTIRE DA SE STESSI
Il primo passo per accedere alla dimensione vera del perdono, è quella naturalmente di cominciare a perdonare noi stessi. Come nella meditazione Buddhista 'Metta', il primo passo è indirizzare amore e sentimenti di benevolenza verso di sé, e soltanto in seguito verso gli altri. E' un dato acquisito della saggezza orientale che se non sappiamo nutrire autentico amore verso noi stessi non siamo in grado di farlo davvero nemmeno per gli altri. In realtà ciò non sfugge neanche al messaggio cristiano, dove infatti si dice 'Ama il prossimo tuo come te stesso', non 'di più' o diversamente, ma esattamente 'come', e questo è sia da intendere 'come se fosse te stesso' in un primo momento e poi direi, quando siamo un po' più avanti sulla strada della realizzazione, 'in quanto te stesso', non-altro da te, uno con te.
Solo così possiamo essere sicuri che non stiamo cercando di colmare un vuoto, o di spostare l'attenzione fuori di noi, oppure di costruirci una falsa immagine di noi come missionari della bontà universale, o cercare di mascherare il fatto che ci disprezziamo e ci riteniamo immeritevoli, tradendo così la nostra natura divina.
Per portare sentimenti autentici dobbiamo farli vivere dentro di noi, coltivarli, proteggerli, cercarli, indagarli, purificare il nostro cuore, è stato detto infatti che

beati i poveri di spirito perchè erediteranno il regno dei cieli (Matteo 5,3-12)
Essere poveri in spirito qui lo intendiamo come avere il cuore libero da orgoglio, da desideri egoici, da emozioni e desideri, ma anche sensi di colpa, e disamore più o meno conscio.
Povertà come 'vuoto' inteso in senso buddhista, capacità di accogliere contenere e lasciar scorrere.
E' necessario quindi innanzitutto indagare con onestà e gentilezza la nostra interiorità e notare accuratamente quante cose ci rimproveriamo, a volte sottovoce a volte gridando, quante cose di noi riteniamo sbagliate, quante voci interiori e personaggi che a turno prendono la parola accusando e recriminando. Questo naturalmente è un lavoro molto delicato che richiede una certa familiarità con la pratica della meditazione e l'auto-osservazione costante. E qui torna di nuovo in gioco l'accettazione completa di quello che sperimentiamo come interiorità, cioè dire 'si' a ciò che siamo in questo momento, riconoscere e accogliere tutte le emozioni e tutti i giudizi interiori che portiamo per poterli abbandonare o trasformare, non senza averli ringraziati per la funzione che hanno avuto in passato. Infatti se li abbiamo prodotti sicuramente ci sono serviti a qualcosa, magari a nascondere paure che non eravamo in grado di affrontare prima di ora, o semplicemente a fornirci un senso di identità attraverso il quale abbiamo strutturato il nostro carattere.
di Fabio Tempesta
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