giovedì 3 luglio 2008

Effetti delle tecniche yoga sull'anatomia e fisiologia

Il Pranayama
di Stefania Coronetta

…grazie alle ricerche scientifiche inizialmente condotte da Swami Kuvalayananda (1924-1966) e successivamente da altri scienziati, fu possibile dare spiegazioni logiche e scientificamente corrette riguardo gli effetti della pratica yoga sul corpo, sulla mente e sulla salute.

“…quando lo Yoga si prende cura del nostro corpo, è la nostra psiche a distendersi, accarezzata dal flusso calmo del respiro, cullata dal consapevole ascolto delle onde-pensiero…”
(La Via del Maestro)

Il sistema scheletrico, muscolare, respiratorio, cardio-circolatorio, endocrino, linfatico, digerente, e nervoso, sono le strutture e le funzioni su cui agiscono le tecniche dello yoga (asana, pranayama, shat karma, mudra, banda, mantra, meditazione).
Il corpo è il primo gradino su cui lavorare per arrivare alla coscienza, è quello che ci portiamo sempre dietro e che conosciamo, anche se apparentemente, di più.

“L’obiettivo delle tecniche yoga, dal punto di vista fisico, è di evitare la malattia e migliorare lo stato di salute, ristabilendo e conservando l’armonia fisiologica nel corpo umano”.

Praticando il pranayama, tecniche particolari di utilizzazione del respiro, si ha una chiara visione del funzionamento degli organi respiratori: dal naso al diaframma, assaporando i sottili cambiamenti in tutto l’organismo prodotti dall’attivazione dell’aspetto parasimpatico del sistema neurovegetativo.
Sul piano energetico il respiro, tramite il controllo e la ritenzione dello stesso, è fondamentale nel produrre benessere a tutto il sistema umano.

La differenza principale, tra esercizi di respirazione e pranayama è la fase temporanea di sospensione-trattenimento negativo e positivo del respiro (Kumbhaka).
Gli esercizi respiratori apportano al corpo una maggiore quantità di ossigeno e favoriscono l’eliminazione di anidride carbonica nel sangue. Nel pranayama la respirazione è voluta e controllata agendo sui centri cerebrali superiori e sul sistema nervoso autonomo.
Durante la fase di Kumbhaka l’aria è compressa negli alveoli dilatandoli, i ricettori nervosi situati nelle pareti alveolari non possono provocare la contrazione polmonare riflessa, come avviene nella normale respirazione, a causa della forte volontà di controllo.

Quando si trattiene così il respiro, la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenta stimolando i chemiocettori che si trovano nelle pareti dei vasi sanguigni.

In questo modo essi vengono allenati a sopportare una dilatazione sempre maggiore consentendo così di trattenere il respiro per lungo tempo.
Nell’eseguire il pranayama vengono utilizzate diverse proporzioni di tempo stabilendo un adeguato rapporto tra il puraka (inspirazione) – kumbhaka (trattenimento)– recaka (epirazione), senza eccedere nei propri limiti.
In questa proporzione il recaka deve sempre avere una durata doppia da quella del pukara, questo perché l’istinto di inspirazione è più forte di quello di espirazione proprio a causa della concentrazione di anidride carbonica nel sangue alla fine della fase inspiratoria.
Questo modo di apportare cambiamenti nel respiro durante le diverse fasi del pranayama, fa si che l’intero meccanismo di respirazione venga modificato.

“Quando il pranayama è praticato correttamente lo hatha-yoga può curare ogni sorta di malattie”.

Gli effetti di una buona pratica: buona salute agli organi interni, mente tranquilla e ferma, un corpo snello e vigoroso.
Al contrario, se praticato male, può essere causa di svariati disturbi come: asma, tosse persistente, mal di testa, dolori agli occhi e alle orecchie.

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