lunedì 9 giugno 2008

Non attaccamento (2)

2. L’attacca-mente
di Fabio Tempesta

Uno degli aspetti più forti in cui si manifesta l’attaccamento, è quello verso le forme concettuali che utilizziamo per interpretare la realtà.
La mente infatti conosce principalmente attraverso la separazione e la fissazione creando delle categorie più o meno rigide entro le quali l’esperienza viene costantemente ricondotta. La mente quindi opera una costante riduzione del senso (inteso come la dimensione inesprimibile del “tutto” nella quale siamo compresi) per poter produrre significati parziali limitati e manipolabili, mappe di orientamento utilizzabili.
Questa è una delle mistificazioni che produce l’ambito di conoscenza mentale, ma come se non bastasse ne opera uno più profondo e su un livello superiore, cioè tende a negare e ad occultare questo stesso processo di riduzione, di selezione e di fissazione della fluidità dell’esperienza, e ci porta a considerare il suo sistema interpretativo come la realtà stessa, scambiando la mappa per il territorio, il dito per la luna.
Le griglie concettuali, i simboli linguistici, le immagini mentali che costruiscono i significati che diamo a noi e alle cose, costituiscono un filtro potente tra noi e l’esperienza diretta della realtà.
Quello che ci accade è che tendiamo a dare un ruolo eccessivo se non assoluto a queste determinazioni concettuali che finiscono per essere il mezzo principale quando non l’unico attraverso il quale facciamo esperienza del mondo e del nostro stesso essere.
In questo modo l’esperienza del reale e di noi stessi non è mai effettivamente nuova, diretta, totale, ma risente in maniera determinante del peso del passato, della conoscenza accumulata dei contesti sociali di significato che ci vengono trasmessi.
E’ forse proprio questo il senso più interessante del termine “maya” nella filosofia yoga, inteso come mondo illusorio nel quale viviamo dovuto alle definizioni concettuali convenzionali, “in effetti maya è la tendenza della mente a sviluppare e a trattenere immagini concettuali”[1].
Questa attività della mente tende fissare e a cristallizzare il fluire dell’esperienza e dell’energia universale nelle sue infinite manifestazioni, a imprigionare il reale nella rete mentale di parole e concetti che dividono e separano.
Tutto ciò compromette seriamente la possibilità di sperimentare ogni attimo direttamente, senza filtri opachi, di sperimentare il presente come nuovo, incontrarlo nella sua totalità e nel suo fluire incessante.
Le particolarità peculiari di ogni singolo evento stentano ad essere riconosciute, in quanto predomina il “già visto”, la conoscenza accumulata.
Il pensiero, la parola che rappresenta la cosa, si frappone tra noi e l’esperienza diretta della cosa.
Accade così che “raramente da adulti possediamo quella spontanea capacità di stupirci che costituisce lo stato naturale dell’infanzia. Siamo meno curiosi, meno avventurosi, meno espressivi. Siamo ormai fortemente limitati dal fardello dei ricordi.”[2]
Ed è qui che la dimensione della gioia di esistere trova un suo impedimento fondamentale; non potendo vedere il meraviglioso nel mondo ordinario l’individuo mentale può solo cercare soddisfazione nei piaceri mondani, parziali, nelle false promesse del desiderio.
E’ naturale e giusto chiedersi come è possibile fare in modo che il mondo in cui viviamo ci appaia sempre nuovo e la nostra esperienza sia radicata sempre nella lucidità del presente, e a questo proposito la pratica yoga ci fornisce importanti e decisive indicazioni. Ma è altrettanto importante chiedersi come abbiamo fatto a dimenticare la gioia spontanea e il naturale incanto del vivere.
L’allontanamento dalla dimensione della presenza è qualcosa che abbiamo appreso a fare, è il frutto di condizionamenti acquisiti e di strategie che mettiamo in atto quotidianamente e che ci sembrano naturali. E’ il nostro modo di guardare e di ascoltare che può rendere ordinaria oppure sempre eccezionale la nostra esperienza quotidiana, il mondo di per sé non è mai ovvio ne scontato.
Per usare le parole della grande poeta polacca Wislawa Szymborska; “nella definizione – stupefacente - si cela un tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà alla quale siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.”[3]
E’ interessante interrogarci su quello che noi facciamo, quali sono gli stratagemmi che utilizziamo, in che modo rendiamo ordinaria e banale la nostra esperienza (il che impiega anche un certo impiego di energie che possono essere liberate ed usate altrimenti).
Questo ci spinge anche a riflettere sul tipo di società nella quale viviamo, nella quale si ritiene che le esperienze fuori dal comune siano appannaggio di particolari categorie di persone legate sopratutto al mondo dello spettacolo a coloro che godono di fama successo, ricchezza, oppure ad eventi che possono definirsi “eccezionali” appunto fuori dal comune livello del sentire “normale”. Oppure la creatività e “l’ esser fuori dalle regole” è delegata a coloro che vengono definiti alla meglio “artisti” o individui bizzarri. Potremmo con un ascolto attento accorgerci di quanto spesso siamo impegnati a “definire cosa è notevole e cosa ordinario e per controllare che il carattere ordinario delle situazioni sia rispettato (…) per stare bene attenti che nessuno in una situazione giudicata ordinaria goda di quella intensità di emozioni a cui solo le situazioni eccezionali danno diritto.”[4]
[1] G. Devereux, Lo Yoga, Mondatori Milano 2000 pag. 42
[2] Ibidem, pag. 43
[3] Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi Milano 1998, pag. 19
[4] Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili, Le Vespe, Milano, 2000, pag. 91

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