giovedì 26 giugno 2008

La Bhagavadita e il Karma Yoga

LA BHAGAVADGITA, UN INTRODUZIONE AL KARMA YOGA
di Tamara Pronesti


“La vita, non un qualche aldilà lontano,
silenzioso e assolutamente statico;
la vita soltanto è la sfera del nostro yoga.
Le maggiori difficoltà sono pure
le migliori occasioni per superarle”.
(Aurobindo)

“IL KARMA YOGA”

Nella strada spirituale dello yoga esistono differenti sentieri (marga), che nella Bhagavad Gita sono sintetizzati in tre distinte vie: il Karma Yoga, lo yoga dell’azione che porta a sviluppare l’attenzione e la consapevolezza dell’agire, il Bhakti Yoga, lo yoga della devozione che canalizza le energie emotive e sentimentali, il Jnana Yoga, lo yoga della conoscenza o saggezza che è il cammino che conduce la mente, attraverso la riflessione, alla realtà metafisica. Sono diverse vie che pur avendo loro precise caratteristiche, ad un certo punto del percorso evolutivo in realtà perdono la loro specifica distinzione fino ad arrivare a completarsi vicendevolmente e a coincidere.
Essendo la natura dell’Assoluto il filo principale della narrazione che la Gita segue, il tema viene affrontato da angolazioni differenti per dare risalto alla verità circa la conoscenza del proprio Sé, come il puro Sé del tutto distinto da Prakriti (materia) inattaccabile dai cambiamenti di questa. Potrebbe sembrare che nel poema siano esaltati da un lato Jnana (la conoscenza), da un altro Karma (l’azione), da un altro ancora la rinuncia e altrove Bhakti (la devozione), ma queste discipline devono essere giudicate tutte come delle “gocce messe a confronto con l’Assoluto, allo scopo di determinare i valori rispettivi delle varie dottrine, menzionate solo come mezzi. Sebbene i mezzi siano molti il fine è uno. L’intero poema va considerato come un torrente impetuoso che non può essere ridotto in piccole gocce separate”. (“Il Vangelo esoterico della Bhagavad Gita”, di Evamanu Susruta a cura di Giuseppe Luigi Pagliaro)
La Bhagavad Gita insegna che i guna, gli attributi di Prakriti, vengono dalla natura e che la loro esistenza lega gli esseri umani ad un corpo particolare.
Il sattva, per esempio, indica bontà e pura essenza, una natura sattvica è illuminante e il suo svantaggio potrebbe essere che lo yogi può affezionarsi molto facilmente alle piacevoli sensazioni che tale natura produce.
Una natura rajasica invece, significa, per la Gita, essere legati all'azione, l'energia del rajas è dinamica, appassionata.
Il tamas viene identificato come un ostacolo che lega lo yogi ad una vita contrassegnata dall'ignavia, dalla noncuranza e dall'avvilimento.
Secondo la Gita quindi, il lavoro disinteressato (karma yoga) e la profonda meditazione (jnana yoga) possono liberare l'uomo dalle sue sofferenze e condurlo alla liberazione.

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