lunedì 27 ottobre 2008

PERDONO, ACCETTAZIONE, GRATITUDINE





PERDONO, ACCETTAZIONE, GRATITUDINE
Di solito pensiamo che il perdonare sia un atto che si rivolge principalmente verso qualcun altro, se qualcuno mi ha fatto del male, mi ha ferito, o tradito, io (nella mia infinita bontà) perdonandolo lo assolvo dalle sue colpe e gli faccio quindi un enorme favore. Sebbene questo sia anche vero, è però una prospettiva un po' distorta e sicuramente parziale del processo del perdonare.
Difatti potremmo non sentircela ad essere così disponibili a comportarci da “buoni” e a fare persino un favore a chi ci ha fatto del male, e inoltre potremmo trovare infinite buone ragioni per continuare ad avercela con costui. Anche se il perdono sembra rivolto verso un altra persona è un azione che riguarda innanzitutto, direi quasi unicamente, noi stessi.
Si tratta di un processo che ci riguarda in prima persona ed è in grado di trasformarci, di sciogliere i nodi delle nostre sofferenze e solo di conseguenza riflettersi nel mondo circostante.
Il perdonare si intreccia fortemente con la pratica dell'accettare ciò che è, e con la gratitudine verso l'esistenza, potremmo dire che si tratta della stessa cosa vista in prospettive differenti, tre sfaccettature dello stesso cristallo.
DIRE "SI"
Soltanto se siamo in grado di dire “Si” a ciò che è, dal profondo del cuore possiamo essere in grado di perdonare realmente, in quanto accettiamo il reale come tale eliminando il rifiuto interiore e il desiderio che le cose siano diverse da come sono. Questa pratica del dire Si, è considerato da molti maestri come il vero nocciolo di ogni insegnamento spirituale, e vedremo più avanti come “aiutarci” a farlo nostro. Questo ci porta all'insegnamento relativo alla gratitudine, al considerare ogni esperienza un insegnamento. Ogni accadimento anche quelli che la mente classifica come spiacevoli, può diventare un arricchimento, un insegnamento, Sarvan annam, tutto è nutrimento, recitano le Upanishad.
GRATITUDINE
Sviluppare la gratitudine, significa mettere a tacere l'ego che vuole questo e quest'altro e che quando ha qualcosa confronta paragona e si lamenta perchè non è abbastanza oppure potrebbe essere meglio di com'è, oppure “se...solo le cose fossero andate diversamente”. E questo possiamo riscontrarlo, se siamo davvero onesti nel nostro osservarci, in noi stessi in tanti piccoli gesti pensieri e momenti della giornata, non solo in eventi che riteniamo più significativi e importanti. Qui ritorna la circolarità con l'accettazione, essere grati all'esistenza per ciò che ci dà proprio in questo momento significa dire di “Si”.
Sviluppare la gratitudine, ci dà un grande potere di trasformare innanzitutto la nostra vita, il maestro Arnaud Desjardins ci suggerisce:
Grazie per ciò che la vita mi dà, grazie anche per ciò che non mi dà.”In questo modo anche la felicità più ' materiale' si rivela spirituale se provate della gratitudine. (A.Desjardins, L'audacia di vivere, Ubaldini Editore, Roma)
E' difficile, lo so, ringraziare sinceramente per ciò che non ci viene dato, o peggio ci viene tolto, si produce un intensa e viscerale ribellione interiore quando ci si prova, ma vale la pena di tentare, è in gioco la nostra libertà interiore.
Insomma perdonare significa innanzitutto, dire si all'esistenza essere grati e amare ogni cosa presente nella nostra vita e sopratutto, come recita la storia zen, smettere di bere il veleno sperando che l'altro muoia.

PARTIRE DA SE STESSI
Il primo passo per accedere alla dimensione vera del perdono, è quella naturalmente di cominciare a perdonare noi stessi. Come nella meditazione Buddhista 'Metta', il primo passo è indirizzare amore e sentimenti di benevolenza verso di sé, e soltanto in seguito verso gli altri. E' un dato acquisito della saggezza orientale che se non sappiamo nutrire autentico amore verso noi stessi non siamo in grado di farlo davvero nemmeno per gli altri. In realtà ciò non sfugge neanche al messaggio cristiano, dove infatti si dice 'Ama il prossimo tuo come te stesso', non 'di più' o diversamente, ma esattamente 'come', e questo è sia da intendere 'come se fosse te stesso' in un primo momento e poi direi, quando siamo un po' più avanti sulla strada della realizzazione, 'in quanto te stesso', non-altro da te, uno con te.
Solo così possiamo essere sicuri che non stiamo cercando di colmare un vuoto, o di spostare l'attenzione fuori di noi, oppure di costruirci una falsa immagine di noi come missionari della bontà universale, o cercare di mascherare il fatto che ci disprezziamo e ci riteniamo immeritevoli, tradendo così la nostra natura divina.
Per portare sentimenti autentici dobbiamo farli vivere dentro di noi, coltivarli, proteggerli, cercarli, indagarli, purificare il nostro cuore, è stato detto infatti che

beati i poveri di spirito perchè erediteranno il regno dei cieli (Matteo 5,3-12)
Essere poveri in spirito qui lo intendiamo come avere il cuore libero da orgoglio, da desideri egoici, da emozioni e desideri, ma anche sensi di colpa, e disamore più o meno conscio.
Povertà come 'vuoto' inteso in senso buddhista, capacità di accogliere contenere e lasciar scorrere.
E' necessario quindi innanzitutto indagare con onestà e gentilezza la nostra interiorità e notare accuratamente quante cose ci rimproveriamo, a volte sottovoce a volte gridando, quante cose di noi riteniamo sbagliate, quante voci interiori e personaggi che a turno prendono la parola accusando e recriminando. Questo naturalmente è un lavoro molto delicato che richiede una certa familiarità con la pratica della meditazione e l'auto-osservazione costante. E qui torna di nuovo in gioco l'accettazione completa di quello che sperimentiamo come interiorità, cioè dire 'si' a ciò che siamo in questo momento, riconoscere e accogliere tutte le emozioni e tutti i giudizi interiori che portiamo per poterli abbandonare o trasformare, non senza averli ringraziati per la funzione che hanno avuto in passato. Infatti se li abbiamo prodotti sicuramente ci sono serviti a qualcosa, magari a nascondere paure che non eravamo in grado di affrontare prima di ora, o semplicemente a fornirci un senso di identità attraverso il quale abbiamo strutturato il nostro carattere.
di Fabio Tempesta

sabato 27 settembre 2008

LA NUOVA NASCITA (prima parte)

Experiment 126-Fractal di Linn da www.flickr.com








Vi propongo un altra lettura di Desjardins che tratta il tema della 'nascita' spirituale. Offre un ottica un pò diversa per descrivere quel processo che siamo soliti indicare come Illuminazione o Risveglio, davvero interessante e utile per la pratica. Buona lettura.
Fabio



da: Arnaud Desjardins, La Via del Cuore, Ubaldini Editore Roma

Si è detto spesso: il senso di un esistenza da bruco è di diventare farfalla, il senso di un esistenza da ghianda è di diventare quercia, e il senso di ogni esistenza umana è quasta seconda nascita. Potete chiamarla come nei Vangeli: "Rinascere di spirito e di acqua". Non dico niente di originale. Tutti gli insegnamenti spirituali hanno alluso a questa nuova nascita possibile nell'esistenza attuale.
Voglio insistere su una cosa che forse appare meno chiara nelle vostre letture. Questa nascita non è solo "la morte del vecchio uomo e la nascita dell'uomo nuovo" ma anche l'accesso a un mondo nuovo.
E' per questo che la parola nascita mi sembra appropriata. E' un cambiamento di livello di essere e , per un certo verso, i termini "Liberazione" "Risveglio" o "Illuminazione sono giusti.
Ma sembrano riguardare anzitutto la trasformazione del nostro essere, mentre il termine "nascita" (lo sappiamo ma voglio insistere) è non solo la trasformazione del nostro essere, ma è anche un passaggio da un ambiente a un altro, da una realtà a un altra. Questo mondo in cui vivete, che fino ad ora è stato un mondo di imperfezioni, di dolori di minacce, sarà anch'esso trasformato perchè la vostra visione sarà trasformata. E in questo mondo illuminato, l'elemento essenziale della nostra esistenza, cioè gli altri esseri umani, si rivela a noi come non lo abbiamo mai visto, e senza alcuno sforzo.

Forse vengono chiesti grandi sforzi al bambino per nascere, e il famoso trauma della nascita può essere considerato il prezzo da pagare per passare dal mondo dell'utero al mondo esterno. In seguito abbiamo l'impressione che la vita sia fatta di sforzi, che la frase della Genesi "guadagnerai il pane col sudore della fronte" sia stata scritta per noi. Ricordo bene (e immagino che tutti voi ve ne ricordiate) l'impressione dolorosa provata quando capii che bisognava lavorare, andare a scuola, imparare, e che la cosa sarebbe continuata per anni.
Lo sforzo per nascere è finito, è fatta , siamo sull'altra sponda, sul piatto della bilancia dove l'ostetrica ci pesa, ma continueremo a condurre una vita dominata dallo sforzo, dalla lotta, dal fardello che ci pesa sulle spalle. Mentre questa seconda nascita ci introduce in un mondo che non è più dominato dallo sforzo ma dalla facilità e dalla spontaneità, anche se ci troveremo in situazioni cosidette difficili.

Sopratutto è un mondo dove la paura è scomparsa. (...) Il Buddha, come sapete usò l'espressione "raggiungere l'altra riva". Ecco: una traversata è finita, una traversata a volte con grandi ondate o anche tempeste, che richiedono un abile navigatore. In fondo il ruolo di un Guru è quello di insegnarvi a navigare finchè non avrete raggiunto l'altra riva. E' una buona immagine perchè, nella navigazione a vela, quella che l'umanità ha conociuto fino ai primi trent'anni del XIX secolo, non abbiamo dominio né sul vento, né sulle onde, né sulle correnti di superficie, né sulle maree all'approdo verso la costa, e tuttavia i marinai sono sempre riusciti a lasciare un posto per raggiungere un altro porto.

Poi l'altra riva è raggiunta, la traversata è finita, il battello è ancorato, io sono sceso, e ho i piedi sula terraferma. Immaginiamo, perchè no, l'Isola delle Meraviglie che per tanti secoli ha fatto sognare gli occidentali. L'isola è stata raggiunta, la navigazione è compiuta. Si, ma l'isola rimane da mappare, bisogna acclimatarsi, installarsi, conoscere i suoi diversi terreni, le valli le zone aride, la foresta tropicale, i torrenti, le spiagge , le rocce, le montagne centrali, eccetera. La certezza che la navigazione è finita non vuol dire che 'tutto è finito'. Ora c'è da scoprire l'isola.
Sono passato da un mondo ad un altro, è irreversibile, è definitivo, ma questo mondo lo posso scoprire sempre meglio, comprenderlo sempre meglio, approfondirlo sempre meglio. Poco a poco mi rivelerà i suoi segreti, segreti che mi erano ancora sconosciuti durante la traversata, e sopratutto mi offrirà i suoi tesori. Il primo di questi tesori è la sparizione della paura, non solo l'impressione di non avere piùfardelli da portare ma che si è portati, che è possibile lasciarsi coscientemente portare, anche dalle situazioni più inquietanti, da un controllo fiscale severo che minaccia di costringerci a pagare un mucchio di soldi che non abbiamo, fino alla 'follia' di nostro figlio o nostra figlia che si innamora di qualcuno che ci sembra del tutto incapace di fare la sua felicità.

Un mondo nel quale non solo non c'è più paura nè inquietudine, in cui le situazioni difficili diventano facili, ma anche un mondo che ha un colore, un gusto di assoluto e non soltanto di relativo. (...) Prima di questa nascita tutto è relativo e solo relativo, cioè in relazione. Tutto è causato, prodotto, può essere distrutto da cause avverse, tutto è dipendente. (...)
Mentre io parlo di un mondo dove il carattere relativo ha fatto posto a un carattere assoluto, alla rivelazione di una realtà indistruttibile, inalterabile, invulnerabile, che si scopre in noi come l'essenza della nostra coscienza di essere, ma che si proietta al di fuori. (...)

Un embrione, un feto è creato per venire alla luce, e voi, tutti voi siete stati creati per questo tipo di nascita. noi esseri umani siamo veramente nella situazione del futuro neonato, salvo per il fatto che il bambino che deve nascere, se la madre non ha malattie gravi, vive in un ambiente sereno e che sta per scoprire un mondo di dualismi, di opposti, di contrari.
Ora invece il percorso è al contrario perchè siamo chiamati ad abbandonare questo mondo degli opposti, del gradevole e dello sgradevole, del minaccioso e del rassicurante, del passato e del futuro, di ciò che non è più, di ciò che presto non sarà più, e, per finire, della vecchiaia, della diminuzione delle nostre facoltà, della morte. Dobbiamo lasciare questo mondo nel quale il bambino è entrato e nascere a quell'altro mondo luminoso nel quale tutto è diventato chiaro e certo.
E' una nascita che si accompagna a un abbandono totale di tutte le false certezze, delle opinioni, delle idee, dei pregiudizi, delle ignoranze scambiate per conoscenze e che hanno un così grande peso nella nostra esistenza. (...) E' l'accettazione totale delle nostre ignoranze (al plurale) ma è anche la fine della necessità di conoscere. Non che non si possa continuare a a studiare questo o quel settore dell'attività umana, questo o quell'aspetto della realtà relativa. Ma anche se siamo molto colti e con vaste conoscenze, il mondo che lasciamo è un mondo di incertezze. (...)
Invece possiamo nascere a un mondo di certezza, una certezza che non corrisponde a nessun orgoglio perchè nello stesso tempo e volentieri, si è rinunciato a tutte le proprie opinioni, ai propri pregiudizi, alle proprie credenze. Ci si ritrova denudati, avendo perduto quella zavorra che ci sembrava gloria e nella quale ci identificavamo. Avendo perduto tante "certezze" ci siamo guadagnati il privilegio di essere "portati" dalla Certezza, "nutriti" dalla Certezza. Certezza che non è più un pernsiero, benchè possa esprimersi sotto forma di idee: è uno stato di coscienza.

Ed è anche abbandonare un mondo in cui si è obbligati a dire a se stessi: " capisco certi dettagli di una disciplina o di una tecnica, ma ciò che mi sembra essenziale da capire non l'ho capito". C'è ancora un bisogno: "Spiegatemi, mostratemi, ditemi, indicatemi..."
Nel mondo nuovo domina (uso un espressione audace ma è di proposito) l'impressione di "aver capito tutto", anche se beninteso ci sono ancora tanti dettagli che non si capiscono.






lunedì 8 settembre 2008

Il Karma Yoga (2a parte)


Con il termine “Karma” in sanscrito si intende definire la parola "azione", infatti la parola deriva dalla radice ‘Kr’ che significa ‘fare’ o ‘agire’.
Tutta l’azione fisica o mentale è Karma, pensare è karma mentale, e Karma è il totale della somma dei nostri atti, sia nella vita attuale che nelle vite passate, non è soltanto l’azione, ma anche il risultato delle azioni.
“Karma yoga” può essere tradotto “via dell’azione”, poiché combinando e fondendo azione e meditazione questo Yoga consiste nella progressiva purificazione e aderenza al ‘dharma’ tramite le proprie azioni.
Il Karma Yoga è nello stesso tempo sia una cultura filosofica che una disciplina spirituale basata sull'analisi del contenuto divino che sta in ogni azione, per valutare quanto ogni nostro atto è ispirato dalla nostra natura divina.
Questa impostazione spinge ad uno studio attento della quotidianità unendo al nostro agire un'attività meditativa rivolta al significato dell'agire stesso. Meditare su ogni azione porta alla purificazione dell'agire isolandone gli elementi più legati alla trascendenza col divino e alla via per il ricongiungimento con il Brahman.
L'agire deve essere preferito sempre al non agire, ma ogni azione deve essere caratterizzata da un distacco meditativo e non da pulsioni terrene, il senso e l'importanza dell'agire sta nella sua azione creativa e divina, e non nei vantaggi che se ne possono conseguire. Si agisce in quanto si è parte di un disegno divino all'interno del quale si deve rispettare il proprio svadharma (natura essenziale).
L'agire del Karma Yoga non è da considerasi un agire volontario, è il disegno divino che ci deve portare a fare quello che dobbiamo fare, le pulsioni individuali ci allontanerebbero molto velocemente dalla retta via; con il Karma Yoga non si agisce in quanto si agisce, infatti, divenendo strumenti dell'azione divina entriamo in contatto con il Tutto e riuniamo la nostra essenza spirituale a quella eterna dell’Assoluto.
Il karma è un concetto chiave che determina il modo in cui la nostra vita prende forma: se la nostra azione si svolge nel presente in modo consapevole e meditato noi possiamo influenzare e condizionare direttamente il nostro destino. Con azione si intendono anche i pensieri, le parole, le nostre opere, ogni tipo di attività che va dai processi mentali alle esternazioni verbali.
Solamente quando riusciamo ad avere un atteggiamento costruttivo e positivo che si esprime nel nostro modo di pensare parlare e agire, solo allora possiamo aspettarci nel futuro risultati positivi.
Attraverso i nostri gesti e le nostre azioni Dio agisce nel mondo rivelandosi attraverso il nostro fare, quindi il nostro compito è quello di accettare il ruolo che Dio ci ha assegnato e compiere il nostro dovere, facendo del nostro meglio per compiere le nostre azioni, percependo noi stessi come un canale attraverso il quale l’energia divina si rivela.
In questo modo riusciremo anche a rinunciare a qualunque frutto della nostra azione perché essendo Dio colui che compie l’azione, essendo noi solo un suo strumento, ogni frutto dell’azione spetterà solo ed esclusivamente a lui, che potrà disporne.
La Gita costituisce un’esortazione per ogni singolo individuo ad assumere e a interpretare il proprio ruolo e il proprio compito, l’uomo farà ciò che la vita gli richiede senza entrare in valutazioni e con una ferma fiducia in Dio e con una completa dedizione in quanto ciò che accade è la volontà di Dio.
Se l’uomo è consapevole della sua vera identità e riesce a superare l’identificazione con i suoi pensieri i sentimenti e il suo corpo, allora egli si libera dal suo destino e dalle sue confuse preoccupazioni, “come uno scoglio nel mare può osservare la vita e il suo movimento animato attorno a sé, e parteciparvi senza esserne toccato interamente” ((Lothar-Rüdiger Lütge ‘Yoga Kundalini’-Macro Edizioni)
Solo attraverso il riconoscimento della propria vera identità si diventa consapevoli del fatto che in verità non siamo mai stati separati da Dio ma abbiamo soltanto dimenticato che siamo identici a Lui.
di Tamara Pronesti

lunedì 7 luglio 2008

Tutto è neutro




La sezione "Maestri" è dedicata all'insegnamento spirituale di maestri per noi importanti e significativi di differenti scuole o tendenze.
Iniziamo con un brano di A. Desjardins maestro a me molto caro per chiarezza e semplicità di linguaggio, per la capacità di parlare al cuore e di trasmettere l'insegnamento. Molte verità che avevo già conosciuto tramite altri, espresse da Arnoud, hanno risuonato in me in modo molto particolare, le ho sentite più direttamente vere e accessibili per me. Sto meditando (e praticando) su questo tema molto interessante e direi "spinoso", della neutralità come atteggiamento interiore, e vi propongo questo brano. Buona lettura e buona pratica..




"Lo stato di coscienza trascendente è del tutto libero, sovrano, come lo schermo cinematografico su cui si proiettano i film dell'orrore. Di conseguenza, dal punto di vista di questa Realizzazione, tutto è in effetti neutro, perchè non ci sarà più nessuno che sente come positivo o negativo, buono o cattivo, ciò che semplicemente è.
In altre tradizioni, tale verità è stata denominata "sottomissione totale, assoluta" alla volontà divina. Questo è il nucleo del cristianesimo, ma anche dell'Islam, che significa appunto "sottomissione". (...) Se ammettete che sia possibile la liberazione, riconoscete con ciò una Coscienza completamente differente, che concepisce i molteplici, mutevoli eventi del mondo fenomenico come onde sulla superficie di un oceano di pienezza. Le onde si infrangono sugli scogli e ricadono nel mare come schiuma; due onde che affluiscono e defluiscono si urtano l'una contro l'altra. E' un gioco, un espressione, tramite i quali l'oceano non viene nè diminuito nè aumentato.

La normale concezione umana per cui nulla è neutro, è opposta. Ciò che amiamo lo giudichiamo buono o positivo, ciò che odiamo lo giudichiamo cattivo, negativo. Tornate alla vostra esperienza: non avete sempre funzionato così? Chiedetevi in che modo vi situate personalmente di fronte a quasto dato. sarà per me possibile, oppure no, superare questo modo di sentire, sia per il futuro sia retrospettivamente, per il passato? Se da sempre percepite l'esistenza in termini di favorevole o sfavorevole per voi, e mai come neutra, ne conservate inevitabilmente i punti di riferimento, immagazzinati nel ricettacolo definito citta.

Sono possibili due approcci. Il primo è la decisione di abbordare la vita in modo nuovo, cercando di vedere gli eventi per la loro neutralità e riconoscendo i meccanismi che ve li fanno giudicare buoni o cattivi, a seconda del vostro ego. L'altro consiste nel recuperare, con tutto il vostro essere (ricordi testa cuore e corpo), importanti eventi del passato, che avevate ritenuto positivi, ma anche dolorosi perchè di breve durata, o negativi per riscoprirli neutrali.
In altre parole si tratta di renderli neutri. Finchè la memoria inconscia sarà costituita da ricordi buoni e cattivi, l'insegnamento della neutralità, l'unico capace di condurre alla realizzazione dell'atman o del brahman, non sarà per voi accessibile."

-Arnaud Desjardins, Il vedanta e L'inconscio-


giovedì 3 luglio 2008

Effetti delle tecniche yoga sull'anatomia e fisiologia

Il Pranayama
di Stefania Coronetta

…grazie alle ricerche scientifiche inizialmente condotte da Swami Kuvalayananda (1924-1966) e successivamente da altri scienziati, fu possibile dare spiegazioni logiche e scientificamente corrette riguardo gli effetti della pratica yoga sul corpo, sulla mente e sulla salute.

“…quando lo Yoga si prende cura del nostro corpo, è la nostra psiche a distendersi, accarezzata dal flusso calmo del respiro, cullata dal consapevole ascolto delle onde-pensiero…”
(La Via del Maestro)

Il sistema scheletrico, muscolare, respiratorio, cardio-circolatorio, endocrino, linfatico, digerente, e nervoso, sono le strutture e le funzioni su cui agiscono le tecniche dello yoga (asana, pranayama, shat karma, mudra, banda, mantra, meditazione).
Il corpo è il primo gradino su cui lavorare per arrivare alla coscienza, è quello che ci portiamo sempre dietro e che conosciamo, anche se apparentemente, di più.

“L’obiettivo delle tecniche yoga, dal punto di vista fisico, è di evitare la malattia e migliorare lo stato di salute, ristabilendo e conservando l’armonia fisiologica nel corpo umano”.

Praticando il pranayama, tecniche particolari di utilizzazione del respiro, si ha una chiara visione del funzionamento degli organi respiratori: dal naso al diaframma, assaporando i sottili cambiamenti in tutto l’organismo prodotti dall’attivazione dell’aspetto parasimpatico del sistema neurovegetativo.
Sul piano energetico il respiro, tramite il controllo e la ritenzione dello stesso, è fondamentale nel produrre benessere a tutto il sistema umano.

La differenza principale, tra esercizi di respirazione e pranayama è la fase temporanea di sospensione-trattenimento negativo e positivo del respiro (Kumbhaka).
Gli esercizi respiratori apportano al corpo una maggiore quantità di ossigeno e favoriscono l’eliminazione di anidride carbonica nel sangue. Nel pranayama la respirazione è voluta e controllata agendo sui centri cerebrali superiori e sul sistema nervoso autonomo.
Durante la fase di Kumbhaka l’aria è compressa negli alveoli dilatandoli, i ricettori nervosi situati nelle pareti alveolari non possono provocare la contrazione polmonare riflessa, come avviene nella normale respirazione, a causa della forte volontà di controllo.

Quando si trattiene così il respiro, la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenta stimolando i chemiocettori che si trovano nelle pareti dei vasi sanguigni.

In questo modo essi vengono allenati a sopportare una dilatazione sempre maggiore consentendo così di trattenere il respiro per lungo tempo.
Nell’eseguire il pranayama vengono utilizzate diverse proporzioni di tempo stabilendo un adeguato rapporto tra il puraka (inspirazione) – kumbhaka (trattenimento)– recaka (epirazione), senza eccedere nei propri limiti.
In questa proporzione il recaka deve sempre avere una durata doppia da quella del pukara, questo perché l’istinto di inspirazione è più forte di quello di espirazione proprio a causa della concentrazione di anidride carbonica nel sangue alla fine della fase inspiratoria.
Questo modo di apportare cambiamenti nel respiro durante le diverse fasi del pranayama, fa si che l’intero meccanismo di respirazione venga modificato.

“Quando il pranayama è praticato correttamente lo hatha-yoga può curare ogni sorta di malattie”.

Gli effetti di una buona pratica: buona salute agli organi interni, mente tranquilla e ferma, un corpo snello e vigoroso.
Al contrario, se praticato male, può essere causa di svariati disturbi come: asma, tosse persistente, mal di testa, dolori agli occhi e alle orecchie.

giovedì 26 giugno 2008

La Bhagavadita e il Karma Yoga

LA BHAGAVADGITA, UN INTRODUZIONE AL KARMA YOGA
di Tamara Pronesti


“La vita, non un qualche aldilà lontano,
silenzioso e assolutamente statico;
la vita soltanto è la sfera del nostro yoga.
Le maggiori difficoltà sono pure
le migliori occasioni per superarle”.
(Aurobindo)

“IL KARMA YOGA”

Nella strada spirituale dello yoga esistono differenti sentieri (marga), che nella Bhagavad Gita sono sintetizzati in tre distinte vie: il Karma Yoga, lo yoga dell’azione che porta a sviluppare l’attenzione e la consapevolezza dell’agire, il Bhakti Yoga, lo yoga della devozione che canalizza le energie emotive e sentimentali, il Jnana Yoga, lo yoga della conoscenza o saggezza che è il cammino che conduce la mente, attraverso la riflessione, alla realtà metafisica. Sono diverse vie che pur avendo loro precise caratteristiche, ad un certo punto del percorso evolutivo in realtà perdono la loro specifica distinzione fino ad arrivare a completarsi vicendevolmente e a coincidere.
Essendo la natura dell’Assoluto il filo principale della narrazione che la Gita segue, il tema viene affrontato da angolazioni differenti per dare risalto alla verità circa la conoscenza del proprio Sé, come il puro Sé del tutto distinto da Prakriti (materia) inattaccabile dai cambiamenti di questa. Potrebbe sembrare che nel poema siano esaltati da un lato Jnana (la conoscenza), da un altro Karma (l’azione), da un altro ancora la rinuncia e altrove Bhakti (la devozione), ma queste discipline devono essere giudicate tutte come delle “gocce messe a confronto con l’Assoluto, allo scopo di determinare i valori rispettivi delle varie dottrine, menzionate solo come mezzi. Sebbene i mezzi siano molti il fine è uno. L’intero poema va considerato come un torrente impetuoso che non può essere ridotto in piccole gocce separate”. (“Il Vangelo esoterico della Bhagavad Gita”, di Evamanu Susruta a cura di Giuseppe Luigi Pagliaro)
La Bhagavad Gita insegna che i guna, gli attributi di Prakriti, vengono dalla natura e che la loro esistenza lega gli esseri umani ad un corpo particolare.
Il sattva, per esempio, indica bontà e pura essenza, una natura sattvica è illuminante e il suo svantaggio potrebbe essere che lo yogi può affezionarsi molto facilmente alle piacevoli sensazioni che tale natura produce.
Una natura rajasica invece, significa, per la Gita, essere legati all'azione, l'energia del rajas è dinamica, appassionata.
Il tamas viene identificato come un ostacolo che lega lo yogi ad una vita contrassegnata dall'ignavia, dalla noncuranza e dall'avvilimento.
Secondo la Gita quindi, il lavoro disinteressato (karma yoga) e la profonda meditazione (jnana yoga) possono liberare l'uomo dalle sue sofferenze e condurlo alla liberazione.

venerdì 20 giugno 2008

Halasana



Halasana -la posizione dell'aratro - vediamone alcune caratteristiche:

Massaggia e tonifica gli organi interni in particolare del tratto addominale, fegato milza pancreas, grazie sopratutto al movimento del diaframma che con una corretta respirazione esercita un vero e proprio massaggio degli organi. C'e anche una buona stimolazione della tiroide, di cui ne viene regolata l'attività ottimizzando tutto il metabolismo del corpo. Tutta la colonna vertebrale viene allungata e sciolta liberando gradualmente gli impedimenti che possono ostacolare un fluido scorrere dell'informazione-energia lungo questo canale fondamentale.

In yogaterapia è utilizzata per curare asma, bronchiti, costipazione, epatite, disturbi del tratto urinario e mestruali.

Stimola i meridiani di rene e vescica, interviene dunque in particolare sull'elemento "acqua" .

Il movimento dell'energia è molto ampio e va dal III al VI Chakra in particolare.

Dal punto di vista psico-simbolico, vediamo che c'è un ribaltamento delle categorie con le quali usualmente interpretiamo il mondo: alto-basso, interno-esterno, sopra- sotto..i piedi addirittura sono sopra la testa, questo ci suggerisce che la mente razionale non può essere una guida affidabile se non integra e accoglie tutti gli elementi "inferiori"che la sostengono, anzi in certi momenti deve lasciar andare completamente qualsiasi pretesa di controllo e lasciarsi guidare dall'istinto..

Così nell'aratro che il nostro corpo in quest'asana va a rappresentare, il punto di contatto con colui che lo conduce, sono proprio i piedi e le gambe, che si affidano saggiamente ad una guida più consapevole, così come la nostra testa arando la terra si immerge dentro di essa e ne assorbe l'essenza mentre con la sua intelligenza la rende feconda..così solo ritrovando la connessione con la terra la nostra mente può essere un seme pronto a fiorire..

di Fabio Tempesta

Ho appena trovato questa splendida poesia di Rumi che risuona un pò con quanto detto prima:

In ogni raduno, in ogni incontro occasionale per strada,

c‘è uno splendore, un‘eleganza che sorge.

Oggi, ho riconosciuto che il gioiello della bellezza è la Presenza: la nostra amabile confusione,

la luminescenza con cui l‘argilla acquosa diventa più luccicante del fuoco, Colui che chiamiamo l‘Amico.

Ho implorato: “Esiste una via per raggiungerTi, una scala?”

“La tua testa è la scala, ponila giù, sotto i tuoi piedi”. La mente, questo globo di consapevolezza, è

un universo stellato che quando allontani con un piede, mille nuove strade si fanno chiare, come

fai tu stesso all‘alba,veleggiando attraverso la luce.

Mevlana Jalaluddin Rumi

sabato 14 giugno 2008

lezione di yoga 2

di Ranjeet Kaur

KRIYA per ELIMINAZIONE TOSSINE, MERIDIANI STOMACO –MILZA, RIEQUILIBRIO SISTEMA NERVOSO (tutte le asana vanno mantenute da 1 a 3 minuti)


1 MANTRA DI APERTURA ( Ong Namò Guru Dev Namò x 3 volte))
2 MACINA
3 II MOV. CAVALCARE IL CAMMELLO CON UDDIANA E MULA BANDHA ( contrazione finale di ano ,perineo e risucchio del diaframma verso l’alto in apnea positiva)
4 PIATTAFORMA ADDOMINALE RF E MULABANDHA (seduta sui glutei con pianta piede a terra ,ginocchia piegate,mani dietro schiena,sollevare il bacino ,distendere le gambe,mento sullo sterno )
5 RELAX SULLA SCHIENA CON GINOCCHIA FLESSE,BEN DISTESO IL TRATTO LOMB. ASCOLTO RESPIRO
6 CANDELA ( respiro lento e profondo)
7 TORSONI DEL SERPENTE ( sdraiata,insp. Sollevo ginocchio sin lo afferro con mano dx esp lo accompagno sul lato dx del corpo ,inverti)
8 BASTRIKAMUDRA (supina,esp ginocchia al petto,insp allontano le ginocchia distendendo le braccia)
9 UTTANASANA DINAMICO ( in piedi ,radicati bene al suolo,gambe parallele,gin leggermente flesse ,insp solleva e apri le braccia verso l’alto,esp chiudi e fletti il busto in avanti,collo testa ben rilassati)
10 TRIKONASANA ( il triangolo, in piedi ,gambe ben divaricate ,ruota piede sin verso l’esterno,braccia parallele suolo, ruota busto e testa verso sin, porta la mano dx accanto al piede sin, all’interno, guarda le dita della mano sin,respiro lento e profondo. Per risalire fletti il ginocchio sin appoggia il busto espirando e lentamente ti sollevi, inverti )
11 POS ROCCIA ,( seduta sui talloni, insp al centro, esp fletto collo e testa a sin, insp. Centro, fletto collo e testa a dx )
13 USTRASANA DINAMICO ( dalla pos roccia ,afferra le caviglie, insp spingi il bacino in avanti ,inarca la schiena, abbandona la testa; esp appoggia lentamente i glutei a terra, e busto eretto)
14 PASHIMOTTANASANA ( seduta, gambe distese, afferro alluci, abbandona il collo e le spalle, respiro lento e profondo )
15 POS FACILE ASCOLTO DEL RESPIRO, CONSAPEVOLEZZA DI TUTTO IL CORPO
16 NADI SHUDDI ( respirazione a narici alternate ) ( 6 MINUTI )
17 RELAX COMPLETO (attenzione alle sensazioni del corpo e al respiro )
18 MANTRA OM ( 7 MINUTI ),
19 MEDITAZIONE (attenzione al contatto con la terra e al respiro,lascia tutti i pensieri ….visualizza un bacino con acqua trasparente e immobile, diventa la trasparenza… ) 11 minuti
20 MANTRA DI CHIUSURA ( Sat Nam x 3 volte)

lunedì 9 giugno 2008

Lezione di yoga per il Chakra del Cuore

Lezione di Yoga per il IV Chakra
Questo kriya (sequenza di esercizi) è utile a purificare l'energia del quarto chakra, agisce quindi principalmente a livello organico sul cuore e i polmoni, aiutando a disintossicarci dalle emozioni negative e limitanti, a favorire il sentire piuttosto che il pensare ad aumentare la capacità di aquisire l'energia sana che ci serve per i nostri scopi più alti..
Vi invito a provarla e a farmi sapere che ne pensate..

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Braccia aperte a 45°, Respiro di Fuoco

Mani Cuore -Avanti- Sopra
(dita intrecciate all'altezza del cuore, palmo rivolto in avanti, insp. distendere avanti le braccia, trattenere ruotare le braccia verso l'alto sopra la testa, trattenere ancora il resp e riportarle nella posizione precedente, espirare tornando alla posizione iniziale..)
Dita intrecciate nuca insp sx esp dx
Abbraccio dell’orso

Carponi, insp dist gamba dx esp portiamo a contatto fronte e ginocchio e ripetere

Non attaccamento (2)

2. L’attacca-mente
di Fabio Tempesta

Uno degli aspetti più forti in cui si manifesta l’attaccamento, è quello verso le forme concettuali che utilizziamo per interpretare la realtà.
La mente infatti conosce principalmente attraverso la separazione e la fissazione creando delle categorie più o meno rigide entro le quali l’esperienza viene costantemente ricondotta. La mente quindi opera una costante riduzione del senso (inteso come la dimensione inesprimibile del “tutto” nella quale siamo compresi) per poter produrre significati parziali limitati e manipolabili, mappe di orientamento utilizzabili.
Questa è una delle mistificazioni che produce l’ambito di conoscenza mentale, ma come se non bastasse ne opera uno più profondo e su un livello superiore, cioè tende a negare e ad occultare questo stesso processo di riduzione, di selezione e di fissazione della fluidità dell’esperienza, e ci porta a considerare il suo sistema interpretativo come la realtà stessa, scambiando la mappa per il territorio, il dito per la luna.
Le griglie concettuali, i simboli linguistici, le immagini mentali che costruiscono i significati che diamo a noi e alle cose, costituiscono un filtro potente tra noi e l’esperienza diretta della realtà.
Quello che ci accade è che tendiamo a dare un ruolo eccessivo se non assoluto a queste determinazioni concettuali che finiscono per essere il mezzo principale quando non l’unico attraverso il quale facciamo esperienza del mondo e del nostro stesso essere.
In questo modo l’esperienza del reale e di noi stessi non è mai effettivamente nuova, diretta, totale, ma risente in maniera determinante del peso del passato, della conoscenza accumulata dei contesti sociali di significato che ci vengono trasmessi.
E’ forse proprio questo il senso più interessante del termine “maya” nella filosofia yoga, inteso come mondo illusorio nel quale viviamo dovuto alle definizioni concettuali convenzionali, “in effetti maya è la tendenza della mente a sviluppare e a trattenere immagini concettuali”[1].
Questa attività della mente tende fissare e a cristallizzare il fluire dell’esperienza e dell’energia universale nelle sue infinite manifestazioni, a imprigionare il reale nella rete mentale di parole e concetti che dividono e separano.
Tutto ciò compromette seriamente la possibilità di sperimentare ogni attimo direttamente, senza filtri opachi, di sperimentare il presente come nuovo, incontrarlo nella sua totalità e nel suo fluire incessante.
Le particolarità peculiari di ogni singolo evento stentano ad essere riconosciute, in quanto predomina il “già visto”, la conoscenza accumulata.
Il pensiero, la parola che rappresenta la cosa, si frappone tra noi e l’esperienza diretta della cosa.
Accade così che “raramente da adulti possediamo quella spontanea capacità di stupirci che costituisce lo stato naturale dell’infanzia. Siamo meno curiosi, meno avventurosi, meno espressivi. Siamo ormai fortemente limitati dal fardello dei ricordi.”[2]
Ed è qui che la dimensione della gioia di esistere trova un suo impedimento fondamentale; non potendo vedere il meraviglioso nel mondo ordinario l’individuo mentale può solo cercare soddisfazione nei piaceri mondani, parziali, nelle false promesse del desiderio.
E’ naturale e giusto chiedersi come è possibile fare in modo che il mondo in cui viviamo ci appaia sempre nuovo e la nostra esperienza sia radicata sempre nella lucidità del presente, e a questo proposito la pratica yoga ci fornisce importanti e decisive indicazioni. Ma è altrettanto importante chiedersi come abbiamo fatto a dimenticare la gioia spontanea e il naturale incanto del vivere.
L’allontanamento dalla dimensione della presenza è qualcosa che abbiamo appreso a fare, è il frutto di condizionamenti acquisiti e di strategie che mettiamo in atto quotidianamente e che ci sembrano naturali. E’ il nostro modo di guardare e di ascoltare che può rendere ordinaria oppure sempre eccezionale la nostra esperienza quotidiana, il mondo di per sé non è mai ovvio ne scontato.
Per usare le parole della grande poeta polacca Wislawa Szymborska; “nella definizione – stupefacente - si cela un tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà alla quale siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.”[3]
E’ interessante interrogarci su quello che noi facciamo, quali sono gli stratagemmi che utilizziamo, in che modo rendiamo ordinaria e banale la nostra esperienza (il che impiega anche un certo impiego di energie che possono essere liberate ed usate altrimenti).
Questo ci spinge anche a riflettere sul tipo di società nella quale viviamo, nella quale si ritiene che le esperienze fuori dal comune siano appannaggio di particolari categorie di persone legate sopratutto al mondo dello spettacolo a coloro che godono di fama successo, ricchezza, oppure ad eventi che possono definirsi “eccezionali” appunto fuori dal comune livello del sentire “normale”. Oppure la creatività e “l’ esser fuori dalle regole” è delegata a coloro che vengono definiti alla meglio “artisti” o individui bizzarri. Potremmo con un ascolto attento accorgerci di quanto spesso siamo impegnati a “definire cosa è notevole e cosa ordinario e per controllare che il carattere ordinario delle situazioni sia rispettato (…) per stare bene attenti che nessuno in una situazione giudicata ordinaria goda di quella intensità di emozioni a cui solo le situazioni eccezionali danno diritto.”[4]
[1] G. Devereux, Lo Yoga, Mondatori Milano 2000 pag. 42
[2] Ibidem, pag. 43
[3] Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi Milano 1998, pag. 19
[4] Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili, Le Vespe, Milano, 2000, pag. 91

"Patanjali e il non-attaccamento" (intro)

YOGA SUTRA DI PATANJALI: IL NON ATTACCAMENTO
di Fabio Tempesta


Nei primissimi sutra, Patanjali indica al praticante yoga due elementi fondamentali da tenere sempre presenti nel percorso per conseguire lo stato mentale di niroda, cioè cessazione delle vritti, ovvero delle onde mentali, vortice di continue e incontrollate modificazioni di diverso segno. E’ infatti in questo modo che viene definita l’essenza stessa dello yoga;
“Yoga citta vritti niroda”. Lo yoga è la cessazione delle modificazioni della mente. Della mente si badi bene, non della Coscienza, di cui il mentale è solo un espressione ristretta..
Questi due elementi sono definiti come la pratica (abyasa) e il non attaccamento o distacco (vairagya).
Il fatto che queste indicazioni vengano date insieme in uno dei primi sutra, è un chiaro segno della loro importanza fondamentale, per intraprendere il cammino della pratica yoga, ma anche del fatto che il loro significato andrà letto su diversi livelli, in relazione con lo stato e con l’avanzare della nostra pratica.
La pratica e il non attaccamento sono quindi un indicazione preliminare e importante per il praticante che si sta avvicinando allo yoga, ma allo stesso tempo costituiscono un riferimento costante per il sadaka “esperto” che, man mano che approfondisce la pratica, ne scoprirà in continuazione nuove sfumature e nuovi aspetti di diversa profondità. Non dimentichiamoci che lo yoga è una strada esperienziale dove ogni cosa deve essere sperimentata e verificata praticamente su di sé.
I concetti servono a guidare l’avvio dell’esperienza e a favorire l’apertura alla stessa da parte del praticante aiutandolo anche a superare i condizionamenti acquisiti precedentemente.
L’abyasa viene definita in maniera piuttosto ampia come l’insieme costante e ripetuto delle discipline che favoriscono lo stabilizzarsi delle onde mentali. Quindi contiene in sé potenzialmente tutte le discipline, di solito tra queste vengono messi in evidenza gli otto rami dello yoga cosi come vengono definiti nel secondo capitolo degli yoga sutra.
A volte viene data una lettura più generica ma sicuramente efficace di questo sutra intendendo l’abyasa come l’impegno costante a mantenere la mente pacificata e centrata in sé stessa. Ad esempio Osho propende per un significato dell’ Abyasa come “sforzo costante e ripetuto di essere costantemente centrati in sé stessi”.

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i benefici dello yoga

Con lo yoga apprendiamo una serie di tecniche che ci permettono di agire sulla completezza del nostro essere. Si pratica principalmente prendendo in considerazione il corpo il movimento e il respiro..
Attraverso il movimento lento e cosciente, coordinato con il respiro e per mezzo delle posizioni statiche, acquisiamo una consapevolezza rinnovata del corpo. Impariamo ad ascoltarci e ad ascoltare, a conoscere i nostri limiti e le nostre risorse e gradualmente a sciogliere blocchi e tensioni sia fisiche che mentali. Favoriamo così un miglioramento essenziale della nostra circolazione energetica e del benessere psico-fisico.
Tensioni, blocchi, dolore, possono ricondursi a elementi di diversa natura come eventi traumatici, stress, emozioni negative accumulate, cattive abitudini, che si annidano e stabilizzano nel nostro corpo assorbendo notevoli quantità della nostra energia individuale.
Con lo Yoga andiamo gradualmente a "risolverli" sia dal punto di vista fisico, che energetico e mentale prendendo consapevolezza degli eventi che li hanno generati e liberando l'energia in essi trattenuta, che d'ora in poi non lavorerà più "contro di noi" ma a nostro favore.
Utilizzando consapevolmente il respiro il movimento e l'attenzione, ci prendiamo cura anche della nostra mente che gradualmente, entrando in maggiore contatto con il corpo e attraverso gli esercizi di meditazione, volti specificamente a sviluppare le capacità di concentrazione e di ascolto, fa conoscenza di se stessa, si fa più calma, serena, attenta, limpida e creativa.
Impariamo quindi a riconoscere i nostri bisogni profondi e ad agire in sintonia con tutto il nostro essere mente-corpo radicandoci nel presente.
Lo yoga integrato usa le tecniche dello yoga tradizionali (in particolare Kundalini e Hata) arricchendole con la sapienza della medicina tradizionale cinese ed altre tecniche moderne come la bioenergetica, è quindi anche un ottimo strumento di autoguarigione e di prevenzione delle malattie psicosomatiche. Utile per abbandonare stress sofferenza e malessere…se praticato bene e con costanza può rendere decisamente migliori le nostre vite!
Lo yoga si propone inoltre come esperienza spirituale che non richiede l'adesione ad un credo particolare o ad un sistema di fede definito, ma intende facilitare e promuovere un esperienza di connessione fra la coscienza individuale e quella universale, tra il singolo e il tutto di cui siamo parte..


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